Le vicende storiche ed economiche nella formazione del paesaggio agrario del mezzogiorno. Gli antefatti e lo spopolamento delle campagne tra il XIII e il XVII secolo.

dI CARMINE STROCCHIA

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Inizia con questo articolo il tentativo di presentare alcuni tra i tanti percorsi e personaggi rilevanti attraverso i quali si è delineata la storia dell’Italia meridionale.  Ovviamente non sarà possibile ricostruire nella loro interezza né il quadro e il cammino sociale storico e politico né le tante nobili figure che hanno segnato questa parte della nazione in cui viviamo.  Tuttavia, la motivazione a ripercorrere almeno alcune linee del processo con il quale la società e le realtà meridionale sono andate via via articolandosi, è forte e stimolante. La sollecitazione forse più alta viene dal fatto che la storia del Mezzogiorno ha fatto tutt’uno (in particolare dal XVIII sec.) con quella che è definita “questione meridionale”.

Ebbene, in tale quadro si sono intrecciate vicende che conservano altissimo interesse, a mio modo di vedere, per due principali motivi. Il primo motivo sta nella testimonianza di vita e di pensiero di tanti meridionalisti, studiosi, autori letterari, politici, economisti che forniscono ancora oggi magistrali lezioni di cultura, civiltà e moralità. Il secondo motivo sta in uno scenario peculiarmente meridionale in cui le vicende sono diventate storia vissuta, luoghi ed esistenze di volta in volta segnate da sofferenza, fatica, ribellione, angherie, necessità di sopravvivenza ma anche da nobili tradizioni, amore sviscerato e legame ombelicale con il territorio di origine: mi riferisco al paesaggio agrario del Sud, sfondo affascinante ma anche doloroso della storia e di storie di persone ai margini della società eppure di grande dignità, premessa necessaria per contribuire a spiegare il Sud di oggi.

In effetti,  in quest’ambito,  l’attenzione  degli storici  è stata rivolta  quasi interamente al divario nord – sud con tutte le sue problematiche complesse e annose,  con tutte le riflessioni sulla diversità del  Sud rispetto al resto del paese,  sulle  conseguenze  di vicende storiche  travagliate e contraddittorie, sui gravissimi conflitti legati per secoli ad una radicata  e inattaccabile differenziazione tra le classi sociali, sui feroci fenomeni criminali di cui alcuni territori sono stati e sono tuttora ostaggio.  Non a caso, il sud, spesso (e di sicuro ingiustamente rispetto ad alcuni decenni orsono) oggi ancora incarna, anche agli occhi di chi guarda da lontano, una realtà geografica e sociale fortemente caratterizzata nelle sue espressioni più deteriori in cui i processi di cambiamento restano marchiati da un’atavica indisponibilità all’impegno disinteressato e alla valorizzazione delle migliori capacità professionali. Si tratta di prospettive spesso distorte di fronte alle quali, però, innegabilmente ancora si pongono parimenti prospettive di occasioni sprecate e speranze disilluse. 

Non è il caso di spingerci oltre. Per questa sede, piuttosto, ci si pone l’obiettivo di ripercorrere, a partire dal ‘700, momenti della storia del Sud e delle vicende che hanno segnato il suo paesaggio agrario con particolare riferimento alla nostra regione, riflettere su alcuni nodi cruciali della questione meridionale, ricordare alcuni personaggi che ritengo vadano, se non scoperti, almeno riportati alla memoria per fare luce anche sul presente.

  

LE VICENDE STORICHE ED ECONOMICHE NELLA FORMAZIONE DEL PAESAGGIO AGRARIO DEL MEZZOGIORNO

Gli antefatti e lo spopolamento delle campagne tra il XIII e il XVII secolo

A grandi linee, ripercorreremo in queste righe le premesse storiche e socio-economiche che hanno preceduto e influenzato le vicende intervenute dal XVIII secolo e cioè dal periodo di cui più specificamente andremo occupandoci in seguito. Anche, però, su quanto diremo in questa sede, riservata ad un quadro generale, torneremo per evidenziare alcuni importanti e particolari aspetti che hanno fatto parte integrante della storia, del paesaggio e dell’agricoltura meridionale fino al 1700.

All’inizio del 1200, con la comparsa nell’Italia meridionale di contingenti di mercenari normanni, inizia a prendere forma uno dei regni più potenti del Mediterraneo. I normanni garantirono sicurezza e stabilità di governo ma fondavano la loro base sociale sul sistema feudale. Così, una volta occupati i territori, depredarono quasi interamente le popolazioni della terra, assegnandola ai baroni e al clero per consolidare la loro potenza.  A quanti erano destinati alla sopravvivenza rimasero gli usi civici nei feudi o sui demani comunali. 

Gli Svevi continuarono la politica dei Normanni. In più, anzi, concessero feudi in luoghi disabitati, estesero l’area delle terre coltivate.  Seguì un periodo di decadenza: gli Angioini e gli Aragonesi soffocarono qualsiasi tentativo diretto all’instaurazione di una classe borghese. 

Così, il potere della classe dei Baroni si ampliò sempre più fino a rivendicare i diritti propri della Corona. Non solo, ma cercò di limitare al massimo l’esercizio degli usi civici e di usurpare il più possibile beni e redditi.

I sovrani poco o nulla fecero peraltro per contrastare la dilagante supremazia della classe baronale. Anzi, inasprirono progressivamente il carico fiscale, finendo ovviamente per caricare di gravami sempre più onerosi le classi meno abbienti. Ecco che nasce il grande e diffuso fermento nelle campagne del Regno, con le classi contadini e lavoratrici, che, già oppresse dalla miseria, furono ridotte praticamente ad ostaggio della prepotenza della classe baronale.

Verso la fine del medioevo (XIV sec. d.C.) si era in realtà anche verificata, in alcuni comparti come l’olivicoltura, una importante inversione di tendenza in campo agricolo. Essa portò ad incrementare la coltivazione dell’olivo, tutelata da alcune norme: come era stato costume nel Medioevo, anche in questo caso furono i diversi ordini ecclesiastici dell’epoca a coltivare e diffondere la specie, affidando le terre in gestione a contadini con appositi contratti agrari. 

Con la fine dell’indipendenza del Regno di Napoli (1503), in seguito alla precedente scoperta delle Americhe, le vie del commercio si spostarono però dal Mediterraneo verso nuovi porti dell’Europa settentrionale, come quelli francesi ed inglesi. Si innescò una grave crisi economica che investì gran parte dell’Europa meridionale e di conseguenza il Regno di Napoli e la Calabria, con effetti disastrosi per tutto il comparto agricolo, con la riduzione delle aree coltivate ad olivo e sviluppo di incolti. Per tutto il 1600, le oppressioni dei feudatari e del governo spagnolo, una lunga serie di terremoti e le sistematiche pestilenze spinsero i contadini ed i braccianti ad allontanarsi dai luoghi natii e quindi ad abbandonare la coltivazione dell’olivo.

Tra i contadini stessi imperavano peraltro su vaste aree del Regno l’ignoranza e la povertà, ostacolo, questo, durissimo ad organizzare forme articolate di reazione e non rivolte occasionali, proteste individuali, il sabotaggio, il banditismo e la fuga. Non era dunque impresa difficile per lo Stato reprimere anche i movimenti più pericolosi. Per di più, la rassegnazione, la disillusione e lo smarrimento delle popolazioni rurali erano il mezzo più semplice per i baroni di utilizzare opportunisticamente i mali naturali e sociali e far pesare ulteriormente potenza e prepotenza.

Uno degli strumenti più sinistramente efficaci fu, al riguardo, il monopolio del commercio dei prodotti agricoli. Il controllo assoluto sulla diffusione e vendita dei prodotti provocò una notevole caduta del valore delle terre. Un fenomeno dirompente che può essere spiegato a partire dal dato di fatto che il monopolio limitò la concorrenza, ostacolò l’innovazione e la circolazione delle merci e impedì ai piccoli proprietari di accedere liberamente ai mercati. Le restrizioni imposte dai baroni soffocarono l’iniziativa dei singoli, intrappolando l’economia locale in un sistema statico e meno produttivo rispetto alle innovazioni emergenti in altre aree d’Europa. I conseguenti tristi processi dell’impoverimento generale della popolazione e della contrazione economica generale portarono a una minore domanda di prodotti agricoli, svalutando di conseguenza il valore dei terreni che venivano sfruttati in modo inefficiente. Si innescò una corsa dei proprietari di terreni a liberarsi con la vendita quanto prima possibile di pesi ritenuti inutili e a cui era ormai legato solo il crescente peso fiscale.  Di conseguenza, molte aree rurali, con poca spesa, rifluirono nelle mani dei baroni.

A fronte dell’accorpamento di diverse aree coltivate, ci si sarebbe aspettato un aumento dell’efficienza produttiva e della redditività e, ad esse collegato, il contenimento dei costi. All’epoca (siamo tra attorno al XV sec.), invece, alla notevole espansione della grande proprietà non corrispose alcun aumento della produzione perché il terreno fu destinato prevalentemente alla pastorizia e le campagne finirono per spopolarsi. Uno spopolamento che significava abbandono dei territori, dilagare di una misera economia di sussistenza. Solo piccole aree di proprietà privata poterono sopravvivere soprattutto nelle località di maggiore addensamento demografico oppure attorno alle città marittime. Anche queste proprietà però, strette tra i grandi latifondi feudali ed ecclesiastici, non riuscirono a superare gli antichi sistemi di coltivazione e rimasero ugualmente arretrate tecnicamente e produttivamente.

Un’ulteriore notevole spinta allo spopolamento delle campagne si ebbe nel corso del XVI secolo, in seguito ad un ulteriore espansione del pascolo. Per un lungo periodo del ‘500, infatti, anche in conseguenza di quanto detto sulla scoperta dell’America e del forte afflusso di oro e di argento in Europa, in tutto il continente europeo si verificò un notevole aumento dei prezzi e un conseguente periodo di espansione economica. La destinazione al pascolo di un’estensione sempre maggiore di terreni era dovuta al considerevole tenevano aumento della domanda di lana sul mercato internazionale. 

Nel Mezzogiorno d’Italia, I baroni non furono da meno.  Emilio Sereni, insigne studioso del paesaggio agrario italiano, al riguardo fa riferimento alle difese cioè ai terreni chiusi di uso privato in contrapposizione ai demani aperti a uso pubblico che si vennero abusivamente moltiplicando sui demani comunali e feudali, per adibire a pascolo le terre. Ciò comportava per le popolazioni sia la sottrazione agli usi di semina che la privazione del diritto d’uso comune sui demani collettivi (detti anche “demani” per distinguerli dalle “difese”), tradizionalmente soggetti a diritti di sfruttamento per pascolo o legnatico da parte della comunità. In tal modo, l’utilizzo delle difese assurgeva a strategia per contrastare i diritti di uso civico, affermando un controllo esclusivo sulla terra dei baroni e il consolidamento del loro potere e della loro proprietà.

Anche nel Tavoliere di Puglia come in Calabria o in Sicilia, il territorio destinato a cerealicoltura si ridusse notevolmente a vantaggio di quello riservato al pascolo.

Questa tendenza fu ribaltata dalla lunga depressione del XVII secolo che sconvolse gran parte dell’Europa e si manifestò con un periodo di crisi agricola, con una forte contrazione dei prezzi e un declino demografico. La popolazione europea subì infatti una stagnazione o un calo significativo, in particolare in alcune aree come la Germania, devastata dalla Guerra dei Trent’anni. Le cause principali furono una combinazione di carestie, dovute al peggioramento del clima (la Piccola Era Glaciale), e frequenti epidemie di peste e altre malattie. I conflitti bellici prolungati, il calo della domanda dovuto alla diminuzione della popolazione e, in alcune aree, un eccesso di offerta rispetto alla domanda effettiva in determinati momenti contribuirono ulteriormente ad aggravare la situazione.

L’agricoltura, settore predominante all’epoca, fu il fulcro della crisi: il peggioramento delle condizioni climatiche portò a raccolti scarsi e cattive annate agricole e si verificò un calo generalizzato dei prezzi, specialmente di quelli dei cereali. La conseguenza fu la riduzione delle rendite dei grandi proprietari terrieri, che cercarono di scaricare il peso sui contadini attraverso un aumento della pressione fiscale e dei carichi feudali come le corvées, i canoni e i censi, tutti obblighi economici e lavorativi che i contadini e i sudditi dovevano al signore feudale. Questi oneri, che rappresentavano il sistema di rendite della Signoria fondiaria medievale, erano ancora pienamente vigenti e sarebbero stati aboliti con tutti i diritti feudali solo a partire dalla Rivoluzione francese (nel Regno di Napoli, invece, nel 1806 con le leggi eversive della feudalità). Il peso di questi obblighi sui contadini e piccoli proprietari ovviamente portò spesso all’indebitamento e all’espropriazione dei terreni.

Per tali motivi, tornarono ad assumere un’importanza vitale le terre comuni e quelle destinate agli usi civici. Contemporaneamente, crebbe l’estensione delle selve, dei terreni incolti, delle macchie e delle paludi.  Si ebbe anche una ripresa del sistema di coltivazione a campi ed erba in cui cioè la coltura restava precaria e veniva praticata su terre vergini.  Una volta però esaurita la loro fertilità naturale del corso di uno o pochi cicli produttivi, venivano abbandonate alla vegetazione spontanea.

Nel corso del ‘600, quindi, l’ambiente agrario del Mezzogiorno fu dominato da quella precarietà aziendale contadina e da quel regime di campi aperti che caratterizzavano il latifondo.