«Io invece non ti dimenticherò mai». Sono le parole del profeta Isaia scelte da Papa Leone XIV per la Giornata mondiale dei nonni e degli anziani. Una promessa che parla anzitutto di Dio e della sua fedeltà, ma che, forse, può diventare anche una domanda rivolta a noi: chi rischiamo di dimenticare?
La domanda sembra riguardare prima di tutto gli anziani, ma in realtà ci conduce molto più lontano. Ci porta dentro le nostre famiglie, dentro il rapporto con i nostri genitori che invecchiano, dentro le responsabilità che cambiano con il passare degli anni. Ci interroga, infine, sul modo in cui una società guarda alla fragilità e alla persona quando questa non è più giovane, produttiva, autonoma.
Viviamo più a lungo. È una delle grandi conquiste della medicina e del progresso umano. Ma vivere più a lungo non significa necessariamente vivere meglio. E, soprattutto, non significa automaticamente sentirsi ancora parte della vita degli altri.
Padre Alberto Carrara, riflettendo sul significato della Giornata, ha richiamato proprio questo paradosso: l’allungamento dell’aspettativa di vita è una straordinaria conquista, ma non sempre è stato accompagnato da un cambiamento culturale capace di riconoscere pienamente il ruolo sociale, educativo e spirituale della persona anziana. Il rischio è quello di una vera e propria «povertà relazionale»: vivere più a lungo, ma spesso più soli.
È qui che il tema della longevità smette di essere soltanto una questione medica e diventa una questione profondamente umana. La domanda non è più soltanto quanto vivremo, ma come vivremo e, soprattutto, insieme a chi vivremo.
Forse dovremmo aggiungere una domanda ancora più semplice: chi avremo accanto quando saremo fragili?
La «cultura dello scarto», denunciata con forza da Papa Francesco, non riguarda infatti soltanto chi viene abbandonato. Può assumere forme più sottili e quotidiane. Si può essere scartati anche quando si è assistiti. Si può essere curati senza essere ascoltati, protetti senza essere coinvolti, accuditi senza sentirsi più necessari.
E allora la questione riguarda direttamente le nostre famiglie.
Riguarda i nonni, certamente. Ma riguarda anche i genitori che invecchiano. Riguarda quei figli adulti che, mentre continuano a crescere i propri figli, si trovano improvvisamente a prendersi cura di chi un tempo si prendeva cura di loro. Riguarda il difficile momento in cui i ruoli cambiano e il figlio diventa, almeno in parte, colui che accompagna, protegge e sostiene il proprio genitore.
La longevità ha così modificato anche la nostra esperienza delle relazioni. Abbiamo davanti a noi più anni da vivere insieme, ma anche più anni nei quali possiamo essere chiamati a prenderci cura gli uni degli altri. È una conquista, ma anche una responsabilità. E ci costringe a ripensare il significato stesso della cura.
Perché prendersi cura di una persona non significa soltanto garantire che non le manchi nulla. Significa continuare a riconoscerla. Continuare a parlarle. Continuare a chiederle un’opinione. Continuare a considerarla parte della nostra storia.
Un anziano non è soltanto una persona che ha bisogno di essere assistita. È una persona che porta con sé una storia che precede la nostra. È memoria, esperienza, affetti, errori, sacrifici, relazioni. È parte della nostra identità.
E forse è proprio qui che la cultura dello scarto mostra il suo volto più profondo: quando cominciamo a considerare una persona soltanto per ciò che può ancora fare e non per ciò che è.
Papa Francesco aveva fatto della dignità della persona uno dei punti centrali della sua riflessione bioetica. La fragilità, nella sua prospettiva, non diminuisce il valore della persona; al contrario, ci ricorda che nessuno è autosufficiente per sempre e che la vita umana è fatta di reciprocità. Prima o poi tutti attraversiamo stagioni nelle quali abbiamo bisogno degli altri. La vera domanda, allora, non è se avremo bisogno di cura, ma se saremo capaci di costruire relazioni nelle quali la cura non diventi mai una forma di esclusione.
Anche per questo la longevità non può essere ridotta alla ricerca di una vita sempre più lunga. La scienza può contribuire ad aggiungere anni alla vita. Ma ciò che rende davvero umana una vita lunga è la possibilità di continuare a viverla dentro relazioni significative, dentro una famiglia, una comunità, un mondo nel quale sentirsi ancora riconosciuti.
«Io invece non ti dimenticherò mai».
Forse questa frase può diventare, oggi, qualcosa di più di una promessa. Può diventare un criterio con cui guardare le nostre famiglie e la nostra società.
Non dimenticare significa non lasciare indietro chi invecchia. Significa non considerare un peso chi diventa fragile. Significa non confinare i nostri genitori anziani in una parte separata della nostra vita. Significa continuare a fare spazio ai nonni, non soltanto perché appartengono al nostro passato, ma perché possono ancora abitare il nostro presente.
La sfida della longevità, allora, non è soltanto quella di vivere più a lungo. È quella di aggiungere vita agli anni: non soltanto anni alla vita.
E forse, proprio nella Giornata mondiale dei nonni e degli anziani, dovremmo fermarci davanti a una domanda che riguarda tutti noi, anche quelli che oggi si sentono ancora giovani e autosufficienti:
quando arriverà il nostro tempo della fragilità, in quale mondo vorremmo essere accolti?
Antonio De Rosa


