Pensioni da fame, stipendi da miseria e lavori che spariscono: perché serve un reddito di dignità prima del disastro sociale

Chi oggi ha 33 anni rischia di arrivare alla pensione con poco più della metà dell’ultimo stipendio: e se nel frattempo avrà avuto lavori discontinui o pagati male, non avrà una vecchiaia difficile… ma una vecchiaia di fame. È per questo che diventa urgente parlare di un vero reddito di dignità, prima che l’ascensore sociale si blocchi definitivamente


C’è un’Italia che lavora, sgomita, si arrangia, si reinventa. E poi c’è un’Italia che osserva tutto questo dall’alto, comodamente seduta su stipendi che definire “stellari” è un eufemismo. Nel mezzo, come sempre, ci finisce la maggioranza silenziosa: quella che si sente dire che “bisogna pensare al futuro”, mentre il presente le scivola dalle mani come sabbia bagnata.

Perché il problema non è solo il taglio delle pensioni. No, sarebbe troppo semplice. Il vero nodo è che si taglia ciò che già oggi è spesso insufficiente. Si taglia a chi, per anni, ha dovuto accettare stipendi da fame, contratti a singhiozzo, lavori trovati tardi e malpagati. Si taglia a chi, a fine mese, fa i conti con la calcolatrice come fosse un oracolo. E poi ci si stupisce se la pensione futura assomiglia più a un’elemosina che a un diritto.

Il Focus Censis-Confcooperative lo dice senza giri di parole: chi oggi ha 33 anni e andrà in pensione nel 2060 prenderà solo il 64,8% dell’ultimo stipendio, mentre chi è andato in pensione quest’anno si porta a casa l’81,5%. Sedici virgola sette punti percentuali di differenza: una voragine, altro che “adeguamento”. Una vera e propria ipoteca sul futuro .

E qui arriva il paradosso tutto italiano: spendiamo il 15,5% del PIL in pensioni, più di chiunque altro in Europa, ma siamo venticinquesimi per incidenza dei salari sul PIL, fermi a un misero 28,9%, mentre la Germania veleggia al 44,9% e la Francia al 38% . Insomma, spendiamo tanto… ma guadagniamo poco. Un capolavoro di disequilibrio.

La simulazione è impietosa: un lavoratore che ha iniziato nel 1982 e va in pensione oggi a 67 anni gode di un tasso di sostituzione dell’81,5%. Suo figlio, con la stessa carriera ma iniziata nel 2022, nel 2060 si ritroverà con un divario tra ultima busta paga e prima pensione che passa dall’attuale 18,5% al 35,2%. Praticamente il doppio. E non per colpa sua, ma per un sistema che si regge su fondamenta sempre più fragili .

A rendere il quadro esplosivo ci sono tre ingredienti: – una bomba demografica: entro il 2050 perderemo 7,7 milioni di persone in età lavorativa; – salari stagnanti da trent’anni, ormai cristallizzati verso il basso; – povertà lavorativa dilagante, con il 10,3% degli occupati a rischio povertà, pari a 2,4 milioni di persone .

E qui si tocca l’assurdo: in Italia avere un lavoro non basta più per non essere poveri. Tra i giovani di 20-29 anni il rischio povertà sale al 12% (349mila persone). Nelle famiglie operaie la povertà assoluta tocca il 15,6%, mentre dirigenti e quadri si fermano al 2,9%. Il gender pay gap? Sempre lì: 8mila euro in meno all’anno per le donne. E i giovani? A parità di qualifica, guadagnano il 39,8% in meno dei senior: quasi 11.880 euro di differenza annua .

E allora, di cosa stiamo parlando quando si invita un trentenne a “pensare alla pensione integrativa”? Certo, sarebbe una soluzione. Sulla carta. Perché chi non arriva a fine mese difficilmente può permettersi di versare soldi in un fondo. È come dire a chi ha sete di comprare una borraccia di design: utile, sì, ma prima servirebbe l’acqua.

Nel frattempo, l’intelligenza artificiale e la robotica avanzano come uno tsunami silenzioso. Milioni di posti di lavoro cambieranno, molti spariranno. E noi siamo ancora qui a discutere se sia normale che un giovane laureato guadagni meno di un frigorifero di fascia media.

La verità è che serve un riassetto generale del sistema: salari dignitosi, carriere stabili, contributi adeguati, redistribuzione più equa. Perché non si può costruire un futuro previdenziale solido su un presente fatto di precarietà. E non si può chiedere ai giovani di “fare sacrifici” quando il sacrificio, da decenni, lo fanno solo loro.

Il patto sociale tra generazioni scricchiola. E non basterà una mano di vernice per nascondere le crepe. Serve una ristrutturazione profonda, prima che l’intero edificio crolli. Perché un Paese che non garantisce ai suoi giovani un futuro dignitoso non è un Paese in difficoltà: è un Paese che ha smesso di credere in se stesso. Alla fine, il punto è semplice e scomodo: non si può continuare a chiedere ai cittadini di “stringere la cinghia” quando la cinghia è già diventata un cappio. Pensioni sempre più basse, stipendi che non coprono la vita reale, posti di lavoro che evaporano sotto la spinta dell’automazione: tutto converge verso un’unica, inevitabile domanda. Come si garantisce la sopravvivenza – e non parliamo di benessere, ma proprio di sopravvivenza – in un Paese che produce ricchezza senza distribuirla? È qui che entra in gioco l’idea, discussa da anni e rilanciata persino da Elon Musk, di un reddito universale di base, o almeno di un reddito di dignità che assicuri a ogni persona un livello minimo di sicurezza economica. Non è fantascienza, è una necessità sociale. Perché se il futuro promette pensioni al 64,8% dell’ultimo stipendio e salari che restano tra i più bassi d’Europa, allora non è più il cittadino a dover “adattarsi al sistema”: è il sistema che deve essere rifondato, prima che il divario tra chi ha troppo e chi non ha abbastanza diventi una frattura irreversibile.

(A.C.)