L’impressione che si ricava leggendo certi discutibili interventi sul tema dello stress docente è che, ancora una volta, si stia scegliendo la strada più semplice: spostare la responsabilità sulle vittime invece che sugli aggressori, come quando si “spara sulla Croce Rossa”.
Per esempio, alcuni articoli che riportano i dati sulle denunce ai danni degli insegnanti e sulle richieste di test psicoattitudinali sembrerebbero suggerire, implicitamente, che il problema della scuola italiana risieda nella presunta fragilità emotiva dei docenti, come se fossero loro a non “reggere” la complessità contemporanea. Ma questa interpretazione è riduttiva, offensiva e fuorviante. Perché non è giusto ignorare che gli insegnanti operano in un contesto sociale profondamente problematico, dove famiglie frammentate, precarietà economica, uso diffuso di droghe e alcol tra gli adolescenti, abuso di smartphone fino a notte fonda generano un malessere negli adolescenti che viene poi scaricato proprio su chi, ogni mattina, prova a mantenere un equilibrio educativo.
Ed è sorprendente che in molte analisi – chissà in base a quali criteri ritenute autorevoli – manchi completamente questo dato di realtà. In esse, si parla di stress dei docenti come se fosse un fenomeno autogenerato, quasi una debolezza caratteriale, quando invece è l’effetto di un sistema che ha tolto alla scuola autorevolezza, strumenti e protezioni.
E stupisce ancora di più quando una visione così parziale venga proposta da testate che si rivolgono principalmente agli insegnanti e che, proprio per questo, dovrebbero restituire la piena e giusta articolazione della loro professione.
La narrazione secondo cui “gli studenti vogliono” i test psicoattitudinali costituisce un altro punto critico. La scuola pubblica non ha clienti, e non può essere governata dalla logica del gradimento.
Gli studenti sono utenti di un servizio educativo che comporta diritti, certo, ma anche doveri: studiare, rispettare le regole, comportarsi civilmente, prepararsi per affrontare le sfide future. Trasformare la scuola in un luogo dove chi apprende detta le condizioni a chi insegna significa ribaltare la natura stessa dell’istituzione scolastica pubblica e assimilarla a quella di un supermercato.
Non solo: se davvero si vuole parlare di test psicologici, allora la domanda diventa inevitabile: perché solo per i docenti? Perché non per i genitori, che esercitano un ruolo educativo fondamentale? Perché non per gli studenti, che spesso manifestano comportamenti aggressivi, oppositivi o dipendenze digitali e di altra natura? Perché non per i politici che legiferano sulla scuola o per gli “esperti” che la commentano? L’idea che solo gli insegnanti debbano essere sottoposti a valutazioni psicologiche appare non solo discriminatoria e offensiva, ma anche ingenua rispetto alla complessità del problema.
È lecito parlare di supervisione psicologica come spazio di confronto professionale, ma è altrettanto necessario ricordare che non si può chiedere ai docenti di essere responsabili della di sicurezza, ispettori meccanici dei pullman delle gite, psicologi, mediatori familiari, assistenti sociali, educatori digitali, esperti di gestione dei conflitti e, nel frattempo, anche insegnanti, il tutto con stipendi tra i più bassi d’Europa e con una tutela sindacale spesso insufficiente.
La scuola – che è sostenuta dalla dedizione quotidiana di seri professionisti – non può continuare a funzionare in un contesto appesantito e avvelenato dalle critiche immotivate provenienti anche da chi dovrebbe ben conoscere la complessità della realtà scolastica.
Il rischio, insistendo su questa narrazione, è quello di alimentare l’idea che gli insegnanti siano un problema da controllare, monitorare, filtrare. Fomentando, in tal modo – anche se involontariamente – comportamenti lesivi da parte i studenti e genitori e minando l’immagine di un’intera categoria.
Occorre invece prendere coscienza che gli insegnanti sono la categoria più esposta, più fragile e meno difesa del sistema educativo, e continuare a colpevolizzarli significa indebolire ulteriormente la scuola nel suo complesso.
Se davvero vogliamo migliorare la qualità dell’istruzione, allora bisogna partire da un principio semplice: la scuola si salva sostenendo e non mettendo sotto pressione chi la tiene in piedi. E sostenere significa proteggere, valorizzare, ascoltare, non trasformare ogni difficoltà in un sospetto e ogni errore in un capo d’accusa. La scuola ha bisogno di autorevolezza, non di diffidenza; di comunità, non di tribunali; di responsabilità condivisa, non di capri espiatori.
Gli studenti e le famiglie, spesso, comprendono solo in un secondo momento — quando i ragazzi si confrontano con il mondo del lavoro e con la complessità della vita adulta — quanta dedizione sia stata loro offerta dalla scuola e quale occasione abbiano perso coloro che hanno vissuto l’esperienza scolastica come un conflitto anziché come un’opportunità.
È un’amara consapevolezza che arriva tardi, ma che dovrebbe far riflettere tutti: chi educa non va ostacolato, ma sostenuto. Così come non va dato spazio a una narrazione fuorviante che talora è al limite della diffamazione.
(Prof. Andrea Canonico)

