Donald Trump ha deciso di riaccendere i riflettori sul grande palcoscenico degli UFO. Dopo le dichiarazioni di Barack Obama, che ha ammesso che nei cieli esistono fenomeni che non sappiamo spiegare, l’attuale presidente ha annunciato che verranno avviate nuove procedure di declassificazione su documenti riguardanti UFO, UAP e vita extraterrestre. Una promessa che negli Stati Uniti torna ciclicamente, come un rituale politico che funziona sempre: basta evocare gli alieni e l’attenzione pubblica si sposta all’istante, come se il cielo fosse più interessante della Terra. E forse, in certi momenti, lo è davvero.
Obama, con il suo stile misurato, ha ricordato che qualcosa di anomalo c’è, ma che non sappiamo cosa sia. Nessuna navicella nell’Area 51, nessun incontro ravvicinato del terzo tipo, nessun dossier segreto nascosto al presidente. Solo la constatazione che alcuni fenomeni osservati dai piloti militari e dai radar non trovano una spiegazione immediata. E questo, paradossalmente, è molto più intrigante di un “sono alieni”. Perché lascia aperto tutto: la scienza, la fantasia, la paura, la politica.
Trump, dal canto suo, ha colto l’occasione per rilanciare. Ha accusato Obama di aver rivelato informazioni riservate e ha promesso di fare chiarezza lui stesso. Una mossa che sembra più un colpo di teatro che un reale atto di trasparenza, ma che funziona perfettamente nel gioco mediatico. Ogni volta che un presidente parla di UFO, il dibattito esplode, i social impazziscono e l’opinione pubblica si divide tra chi sogna il contatto e chi sospetta l’ennesima distrazione di massa. Perché, diciamolo, il tempismo di certe rivelazioni è spesso più interessante delle rivelazioni stesse.
Nel frattempo, mentre i politici si contendono il ruolo di “rivelatore cosmico”, tre scienziati hanno rilanciato un’ipotesi ancora più affascinante: quella dei criptoterrestri. Secondo questa teoria, le entità osservate nei cieli potrebbero non provenire dallo spazio, ma essere forme intelligenti già presenti sulla Terra, magari evolute in ambienti estremi, nascoste nelle profondità oceaniche o in regioni inaccessibili. Oppure potrebbero essere entità che vivono in dimensioni che non percepiamo, o ancora una umanità futura che viaggia nel tempo. In altre parole: se c’è qualcosa, non è affatto detto che venga da lontano. Potrebbe essere sempre stato qui.
E questo apre un ventaglio di possibilità che la politica, ovviamente, non affronta. Perché è molto più semplice parlare di alieni “dallo spazio” che di entità che potrebbero condividere il pianeta con noi senza che ce ne accorgiamo. E soprattutto, è molto più utile evocare il mistero quando serve spostare l’attenzione. La storia insegna che i fenomeni inspiegabili sono perfetti per catalizzare l’immaginario collettivo: affascinano, confondono, dividono e soprattutto distraggono.
In tutto questo, tornano alla mente le parole di Ronald Reagan, che all’ONU disse che le differenze tra i popoli svanirebbero se l’umanità si trovasse davanti a una minaccia aliena. Non era una rivelazione, ma un modo elegante per ricordare che siamo bravissimi a litigare per sciocchezze. E forse, se davvero esistesse qualcosa di “altro”, sarebbe più preoccupato del nostro comportamento che noi del suo. Perché, a ben vedere, non è affatto detto che eventuali visitatori – o coinquilini nascosti – siano più pericolosi dei potenti della Terra.
Così, mentre Trump promette rivelazioni epocali e Obama invita alla prudenza, gli alieni – o chi per loro – sembrano essere gli unici a potersi davvero fare una risata. Dall’ombra, dal mare, dal futuro o da un’altra dimensione, osservano l’umanità che discute animatamente su fenomeni che non comprende, trasformando ogni mistero in un’occasione politica. E forse, in fondo, è proprio questo il punto: gli UFO parlano molto meno di loro e molto più di noi.

