Nei dialetti del Sannio irpino si osservano forme plurali ottenute tramite modifiche interne della parola, un fenomeno tipologico noto come apofonia che può richiamare residui morfologici dell’area osca; le prove epigrafiche come il Cippus Abellanus e la Tabula Bantina rendono possibile confrontare queste tracce con la lingua antica.

Nel descrivere questo nesso è utile partire dal concetto: l’apofonia è l’alternanza di vocali o consonanti all’interno del tema di una parola che segnala categorie grammaticali come il numero o il tempo verbale. Nei parlati della Valle Caudina e del Mandamento baianese si riscontrano, accanto alle forme più vicine all’italiano standard, esempi in cui il plurale non si limita a una desinenza aggiunta ma comporta una modifica della vocale interna. Tra le realizzazioni più frequentemente segnalate dai parlanti locali figurano pere (piede, singolare) → piere (piedi, plurale) e scem (scemo, singolare) → sciem (scemi, plurale), dove la differenza tra singolare e plurale si gioca sul nucleo vocalico della parola anziché sulla sola finale; queste alternanze sono coerenti con la nozione di ablaut già documentata in molte lingue indoeuropee.
Altri esempi raccolti in testimonianze orali e in appunti dialettali mostrano analoghe strategie: forme in cui la vocale mediana si apre o si arrotonda nel passaggio al plurale, oppure dove una sillaba centrale subisce un’alterazione timbrica che distingue il singolare dal plurale. Queste realizzazioni non sono semplici “anomalie”: rappresentano schemi morfologici stabili in alcune microaree, e la loro distribuzione geografica suggerisce una persistenza di modelli antichi più che una recente invenzione.
Per comprendere la portata storica di tali residui è indispensabile guardare alle iscrizioni osche che hanno fornito la base per la ricostruzione della lingua antica: il Cippus Abellanus, rinvenuto ad Avella e fondamentale per l’interpretazione dell’osco, e la Tabula Bantina, tra i documenti più estesi in lingua osca, offrono esempi di morfologie e alternanze che permettono confronti tipologici con i parlati moderni. Non si tratta di dimostrare una derivazione parola per parola, ma di mettere in luce continuità tipologiche e possibili percorsi di conservazione.
Per mantenere rigore scientifico è necessario integrare le osservazioni sul campo con trascrizioni fonetiche, raccolta di un corpus e confronto con la documentazione epigrafica: solo così si potrà stabilire quali alternanze siano eredità dirette, quali siano convergenze tipologiche e quali frutto di contatti successivi. Un approccio interdisciplinare — linguistica storica, dialettologia e epigrafia — è la strada per trasformare le impressioni in risultati verificabili.

