E qui si tocca un punto dolente: spesso la reazione immediata dei genitori è ostativa, miope e diseducativa. Essi non sono interessati alla ricerca della verità ma alla difesa a oltranza del proprio figlio, non comprendendo che – in tal modo – non stanno operando per il suo bene. In questo contesto emerge con forza il fenomeno dell’omertà, che non è solo un atteggiamento morale ma un fattore che altera la costruzione delle norme sociali dentro la scuola e, di riflesso, nella società civile. Eppure decine e decine di studi nell’ambito della sociologia della devianza ci hanno mostrato che le norme si consolidano anche attraverso le reazioni collettive: se la comunità e le famiglie proteggono o minimizzano il comportamento scorretto, la norma che si trasmette è che certe trasgressioni sono tollerabili e, perfino, più utili.
La scuola non è un’isola e non è responsabile di tutti i mali del mondo, anzi costituisce un baluardo al pericolo di alienazione e un faro luminoso per chi voglia ancorarsi a principi etici e morali socialmente desiderabili. Essa è una comunità educativa che convive con le famiglie e con il territorio. Per questo il patto educativo sottoscritto tra istituzione scolastica e genitori non può restare un documento formale; deve tradursi in pratiche quotidiane di corresponsabilità. Quando le famiglie rifiutano di collaborare o impugnano sistematicamente provvedimenti educativi, si incrina la fiducia necessaria per ogni intervento pedagogico efficace.
Dal punto di vista pedagogico, pensatori come Dewey hanno sottolineato l’importanza dell’esperienza e della responsabilizzazione attiva: le sanzioni che non mirano alla riparazione del danno, alla sanzione con finalità educative e alla ricostruzione del tessuto relazionale rischiano di risultare inefficaci. Per questo è utile richiamare pratiche di giustizia riparativa che coinvolgano vittime, autori e comunità, trasformando l’episodio in occasione di apprendimento e riparazione, purché però la verità emerga e non venga ostacolata.

La psicologia sociale e la teoria bioecologica di Bronfenbrenner ci ricordano che il comportamento degli adolescenti è il prodotto di sistemi interconnessi: famiglia, scuola, pari, media, società. Ignorare il ruolo genitoriale equivale a intervenire su un solo anello della catena. La responsabilità genitoriale non è solo un obbligo morale ma una componente pratica della prevenzione: educare alla legalità significa anche non coprire, non minimizzare, non ostacolare gli accertamenti e non concludere con la solita scusa “Mio figlio dice che non è stato lui, e voi non averte modo di dimostrare il contrario“, dimenticando che un comportamento omertoso è anch’esso sanzionabile.
Di fatto, normalmente, tutti i ragazzi sanno benissimo chi è stato a compiere un certo atto, e se non si dissociano sono moralmente colpevoli di omertà e favoreggiamento. D’altra parte, sotto il profilo giuridico, esistono conseguenze concrete a carico delle famiglie: la responsabilità civile dei genitori può essere chiamata in causa per i danni causati dai figli minori conviventi, ai sensi dell’art. 2048 c.c., salvo che i genitori provino di non aver potuto impedire il fatto. In alcuni casi, inoltre, può essere richiesta la verifica, tramite i Servizi Sociali, della sussistenza della capacità genitoriale.
Sul piano giuridico-amministrativo, le istituzioni scolastiche hanno strumenti per tutelare la sicurezza e l’ordine didattico; tali strumenti devono essere applicati con proporzionalità e trasparenza, spiegando alle famiglie finalità educative e non punitive. Ricorrere al TAR o ad azioni legali come prima risposta, quando motivate da mera difesa di interessi particolari, rischia di trasformare il conflitto educativo in contenzioso e di indebolire l’autorità pedagogica della scuola.
Per uscire dall’impasse serve un momento di riflessione collettiva che coinvolga tutte le componenti: docenti, studenti, famiglie, personale ATA e, quando utile, operatori sociali e forze dell’ordine in chiave educativa. È necessario costruire protocolli condivisi, percorsi di mediazione e strumenti di supporto per le famiglie, oltre a percorsi formativi che rendano espliciti i doveri di corresponsabilità e le possibili conseguenze in caso di omissione.
La posta in gioco è alta: se si normalizza la copertura degli autori di comportamenti pericolosi, non ci si può poi lamentare della fragilità del tessuto civico quando la stessa omertà si manifesta in altri contesti. La scuola, la famiglia e la società civile devono tornare a esercitare insieme la funzione educativa, con coraggio e coerenza, perché la tutela della sicurezza e della legalità è un investimento sul futuro collettivo. Se nei contesti scolastici si radica l’abitudine – tutt’altro che civica – di “voltarsi dall’altra parte”, allora non ci si può sorprendere se, negli altri ambiti della vita, anche chi avrebbe il dovere e la possibilità di aiutarci – con correttezza e rettitudine – finisce per adottare lo stesso, deplorevole atteggiamento omertoso
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