L’Europa prova a rimettere in moto il proprio motore economico e politico puntando su un nucleo ristretto di Paesi. Germania, Francia, Spagna, Italia, Paesi Bassi e Polonia hanno avviato un coordinamento più stretto, formando quello che viene ormai definito il gruppo dei Big Six, chiamato a imprimere un’accelerazione a un’Unione spesso frenata da veti incrociati e procedure interminabili. La prima riunione, tenuta in videoconferenza su iniziativa dei ministri delle Finanze tedesco e francese, è stata solo un antipasto: un incontro in presenza è già in programma, probabilmente a margine dell’Eurogruppo.
L’idea che anima questo formato ristretto è chiara: procedere dove l’Europa a 27 fatica a muoversi. Una logica che richiama apertamente il modello di un’Europa a due velocità, concetto tornato con forza nel dibattito pubblico. Da un lato chi è pronto a condividere strategie e investimenti; dall’altro chi preferisce attendere o mantenere un passo più lento. Una dinamica che, secondo diversi osservatori, non rappresenta una frattura ma una possibile via d’uscita dall’immobilismo che da anni penalizza la competitività del continente.
Il tema non è nuovo: basti pensare all’euro, adottato da 21 Paesi su 27. Ma oggi la spinta verso una cooperazione differenziata nasce da un contesto geopolitico radicalmente mutato. La fine dell’ordine internazionale postbellico, la crescente assertività di Cina e Stati Uniti, la minaccia russa e la percezione di un’alleanza transatlantica meno stabile hanno reso evidente che l’Europa non può più permettersi lentezze strutturali. In questo scenario, i Big Six intendono muoversi come un blocco capace di reagire con maggiore rapidità.
Non è un caso che, negli ultimi anni, anche le provocazioni politiche provenienti da Washington abbiano contribuito a scuotere le cancellerie europee. Le critiche ai ritardi decisionali dell’UE hanno messo in luce un problema reale: un continente che si muove con tempi novecenteschi in un mondo che corre a velocità digitale. Da qui la necessità di un cambio di passo.
Il gruppo dei Big Six ha individuato quattro priorità operative. La prima riguarda il rafforzamento dell’Unione dei mercati dei capitali, considerata essenziale per mobilitare investimenti e sostenere la crescita. La seconda punta a consolidare il ruolo internazionale dell’euro, valorizzandolo come moneta stabile e ancorata allo stato di diritto. La terza riguarda il coordinamento degli investimenti nella difesa, con l’obiettivo di trasformare il settore in un vero motore industriale europeo. Infine, la quarta priorità è garantire l’approvvigionamento delle materie prime critiche, attraverso acquisti congiunti, riserve strategiche e nuove partnership globali.
In filigrana emerge un obiettivo più ampio: costruire una sovranità europea capace di resistere a shock esterni e competere con le grandi potenze globali. Il ministro tedesco Lars Klingbeil, promotore dell’iniziativa, lo ha espresso senza giri di parole: “Business as usual non è più possibile”. L’Europa, ha spiegato, deve diventare più forte e resiliente se vuole sopravvivere in un contesto internazionale sempre più imprevedibile.
Al termine della riunione, Klingbeil ha ribadito la volontà dei sei Paesi di agire come traino dell’Unione: “Vogliamo essere i motori. Stiamo dando l’impulso: chi vuole può unirsi”. Un messaggio che sintetizza la filosofia del progetto: non un club esclusivo, ma un’avanguardia pronta a muoversi dove l’Europa nel suo insieme non riesce.
Per l’Italia, la presenza nel gruppo dei Big Six rappresenta un riconoscimento del proprio peso economico e politico, ma anche una responsabilità: contribuire a definire la direzione di un’Unione che rischia di restare indietro se non trova il coraggio di cambiare passo. In un’Europa che procede a velocità diverse, essere nel gruppo di testa significa poter incidere davvero sulle scelte strategiche dei prossimi anni.
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