Il giornalista napoletano Claudio Mazzone, autore per il Corriere del Mezzogiorno dell’inchiesta “Napoli, la ‘fabbrica’ di fake news”, è stato preso di mira recentemente da una violenta ondata di minacce e insulti personali.
A lui va tutta la nostra incondizionata vicinanza: difendere la libertà di inchiesta significa tutelare il diritto di ogni cittadino a un’informazione pluralista, anche quando la verità mette in luce realtà scomode.
Nell’inchiesta, Mazzone raccontava una “galassia social napoletana” fatta – parole sue – da influencer o pseudo tali, sindacati autonomi sconosciuti, divulgatori improvvisati, politici aspiranti, tiktoker e complottisti folkloristici.
Tra i temi toccati, le proteste contro celebri rappresentazioni cinematografiche del crimine, le polemiche sul bradisismo flegreo, il turismo di massa e il razzismo mediatico. Ma l’aspetto forse più subdolo e più rilevante è quello della cosiddetta “Social Camorra”, ovvero l’uso strategico e strumentale dei social media da parte della criminalità organizzata, in particolare della camorra, per costruire consenso, intimidire, reclutare e diffondere una narrazione eroica del crimine.
La camorra social non mira più al silenzio e alla negazione del fenomeno, anzi vuole visibilità. Non usa solo codici omertosi, ma anche like, visualizzazioni, reel virali.
Su TikTok, Instagram o Facebook appaiono con inquietante regolarità video che ostentano lusso, sfida alle Istituzioni e linguaggi carichi di simbolismi criminali: catene d’oro, armi stilizzate, inni al “fratello di strada”. Una narrazione che seduce, in particolare i giovani, trasformando la marginalità in un palcoscenico di appartenenza.
Questo stato di fatto – a onor del vero – non è stato scoperto da Mazzone. La Magistratura lo sta monitorando e denunciando già da tempo.
Il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, ha lanciato l’allarme in più occasioni: “La camorra si fa pubblicità come un marchio vincente”, ha dichiarato, puntando anche l’indice verso produzioni cinematografiche di successo. Una situazione che, secondo Gratteri, rende più difficile distinguere tra finzione e realtà, e che potrebbe persino favorire forme di emulazione.
Una preoccupazione condivisa anche dal procuratore di Avellino, Domenico Airoma, che ha evidenziato come i social possano diventare strumenti di consenso dove la criminalità si presenta come alternativa “glamour” alla povertà. Airoma ha sottolineato che questa forma di penetrazione è tanto pericolosa quanto subdola, in quanto un post ben confezionato attira più consensi delle intimidazioni.
Proprio qui si apre il punto più delicato del dibattito: raccontare il crimine – anche con strumenti artistici e cinematografici – è un atto di denuncia o nasconde un rischio di amplificazione?
Alcuni movimenti sostengono che certe rappresentazioni mediali del malaffare – per quanto artistiche o ispirate da intenti civili – possano non solo danneggiare l’immagine di Napoli ma anche scivolare in una spettacolarizzazione pericolosa, accendendo – come si diceva prima – emulazioni anziché consapevolezza.
E questo timore non deve essere superficialmente rigettato come “complottista”; anzi forse riguarda un argomento (come alcuni videogames e alcune pericolose “challenge”) che andrebbe meglio approfondito e compreso.
Dall’altro lato, chi fa informazione rigorosa, ricorda che il vero problema non è il racconto, ma il vuoto educativo, culturale e socio-economico che lo circonda. E sostiene che è proprio in quell’assenza che la criminalità trova terreno fertile.

Un’altra “faglia informativa” attraversa il caso Mazzone: quella legata alle informazioni scientifiche o pseudo tali sul bradisismo dei Campi Flegrei.
Anche su questo tema si sono registrati toni duri, faziosità e insulti reciproci, spesso tra i giornalisti stessi, che si accusano reciprocamente di “narrazioni” funzionali a quella o a quell’altra fazione.
Nel caso specifico, mentre Mazzone ha segnalato – a suo modo di vedere – presunte derive antiscientifiche e complottiste, altri lo hanno accusato di discredito e di mancanza di apertura verso opinioni diverse, ma rispettabili.
È importante dirlo con chiarezza: nessuno possiede la verità in tasca. In una società democratica, ci dev’essere spazio per opinioni differenti, purché . ovviamente – fondate e argomentate. E questo vale maggiormente quando si tratti di geologia e di vulcanologia, che è una scienza particolare, non di laboratorio, in cui i margini di incertezza sono maggiori rispetto ad altre scienze che trattano di fenomeni riproducibili.
In casi come questi, il compito dell’informazione non è giudicare (soprattutto quando non si posseggano le competenze specifiche) ma riportare con correttezza tutte le posizioni, senza alimentare crociate personali e senza pretendere di possedere la Verità assoluta.
Pertanto, non è giustificabile mescolare verità assodate con affermazioni controverse, come fossero intercambiabili. Non è corretto mescolare “truismi” a cose dubbie, inducendo volontariamente o meno, una “suggestione”, o condizionamento, orientando così il pensiero verso una posizione più rispondente alle nostre convinzioni personali.
Ad esempio, che la camorra utilizzi i social per costruire consenso e intimidire è un fatto documentato, riconosciuto da Magistrati, esperti e Forze dell’Ordine. È, perciò, una realtà inquietante e indiscutibile, come dimostrato anche dal reportage di Claudio Mazzone.
Diverso è, però, accostare a questo fenomeno temi che appartengono al campo dell’opinabile come alcune interpretazioni minoritarie (ma non per questo sicuramente sbagliate o “complottiste”) sul bradisismo.
Chi fa inchiesta ha, quindi, una responsabilità ulteriore: deve saper distinguere tra ciò che è supportato da dati verificabili e ciò che rientra nella libera – ma non sempre fondata – opinione (anche personale del giornalista).
Includere tutto nel medesimo contenitore comunicativo può creare confusione nel lettore e, in alcuni casi, suscitare reazioni forti o fraintendimenti.
Tutto ciò detto, va ribadito con fermezza che nessuna reazione violenta o strumentale è mai giustificabile. E va sottolineato, al tempo stesso, che chi comunica in pubblico – e soprattutto chi fa giornalismo – non può meravigliarsi delle critiche (costruttive e non violente) o delle obiezioni, se il suo lavoro genera percezioni di accostamenti impropri o semplificazioni eccessive.
Il compito dell’informazione veramente libera non è schierarsi, ma rendere visibili tutte le posizioni con rigore, evitando toni assolutisti o formule narrative che rischiano di minare la fiducia nel discorso pubblico, e lasciare che il lettore possa formarsi autonomamente la sua libera opinione.

