Immagina di guardare il cielo notturno e sapere che, tra quelle stelle lontane, ce ne sono alcune che ospitano pianeti forse simili alla Terra. Due di questi mondi affascinanti sono Proxima Centauri b e K2-18b. Anche se si trovano a distanze molto diverse da noi, entrambi hanno qualcosa in comune: potrebbero ospitare la vita. Ma raggiungerli è tutt’altro che semplice: la distanza è enorme e, di conseguenza, lo è anche il tempo di percorrenza. Anche qualora riuscissimo a realizzare astronavi adatte (tra cui le microastronavi e le astronavi generazionali).
Proxima Centauri è la stella più vicina al nostro Sole, distante circa 4,24 anni luce. Questo significa che la luce, che viaggia a quasi 300.000 chilometri al secondo, impiega più di quattro anni per arrivare da lì fino a noi. Su scala terrestre, è come se volessimo attraversare un oceano… grande quanto l’intero universo. Intorno a questa stella orbita un pianeta chiamato Proxima b. È interessante perché si trova nella cosiddetta “zona abitabile”, cioè a una distanza dalla sua stella che potrebbe permettere la presenza di acqua liquida, un ingrediente fondamentale per la vita come la conosciamo.
Ma anche se è la stella più vicina, raggiungerla è un’impresa enorme. Le sonde spaziali più veloci mai costruite dall’uomo, come la Voyager 1 o la Parker Solar Probe, impiegherebbero decine di migliaia di anni per arrivarci. Per questo motivo, alcuni scienziati hanno pensato a soluzioni molto più audaci. Un esempio è il progetto Breakthrough Starshot. L’idea è di costruire minuscole sonde, grandi come un francobollo, dotate di una vela riflettente. Da Terra, un potente raggio laser le spingerebbe fino al 20% della velocità della luce. A quella velocità, potrebbero raggiungere Proxima Centauri in circa 20 anni. Ma anche se il viaggio sarebbe relativamente breve, ci sono tantissime difficoltà: mantenere il laser puntato con precisione, proteggere la sonda dai pericoli dello spazio e riuscire a ricevere i dati una volta arrivata.
Un’altra idea, ancora più fantascientifica, è quella delle astronavi generazionali. Si tratta di navi spaziali enormi, dove intere generazioni di persone vivrebbero, nascerebbero e morirebbero durante il viaggio. Se ci volessero centinaia o migliaia di anni per arrivare a destinazione, nessuno dell’equipaggio iniziale vedrebbe mai il pianeta di arrivo. Sarebbero i loro discendenti a completare il viaggio. Per rendere possibile una cosa del genere, servirebbe una nave autosufficiente, capace di produrre cibo, acqua e ossigeno, e di proteggere gli abitanti dalle radiazioni cosmiche. Sarebbe come costruire una piccola Terra nello spazio.
Ora spostiamoci molto più lontano, verso K2-18b. Questo pianeta si trova a circa 120 anni luce da noi, nella costellazione del Leone. È stato scoperto nel 2015 e ha attirato l’attenzione degli scienziati perché si trova anch’esso nella zona abitabile della sua stella. Ma ciò che ha davvero fatto notizia è che, grazie al telescopio spaziale James Webb, sono state trovate nella sua atmosfera molecole come il metano, l’anidride carbonica e forse anche il dimetilsolfuro. Quest’ultima sostanza, sulla Terra, è prodotta quasi esclusivamente da organismi viventi, come il fitoplancton degli oceani. Questo ha fatto pensare che K2-18b potrebbe ospitare forme di vita, o almeno avere condizioni favorevoli.
Tuttavia, ci sono molte incertezze. K2-18b è molto più grande della Terra, e potrebbe essere un “mini-Nettuno”, cioè un pianeta con un’atmosfera spessa e senza una superficie solida. Inoltre, le osservazioni non sono ancora definitive: la presenza del dimetilsolfuro non è stata confermata con certezza. E anche se ci fosse, non possiamo sapere se è stato prodotto da esseri viventi o da processi chimici naturali.
Raggiungere K2-18b è ancora più difficile che arrivare a Proxima Centauri. Anche viaggiando al 20% della velocità della luce, ci vorrebbero circa 600 anni. Con le tecnologie attuali, è semplicemente impossibile. Solo un’astronave generazionale potrebbe tentare un viaggio del genere, ma sarebbe un’impresa che richiederebbe secoli di preparazione, risorse immense e una determinazione collettiva mai vista prima.
Proxima b e K2-18b sono due mondi che ci fanno sognare. Ci ricordano che l’universo è vasto e pieno di possibilità. Ma ci mostrano anche quanto siamo ancora legati al nostro piccolo pianeta. Forse un giorno riusciremo a raggiungerli. Ma per ora, il nostro viaggio più importante è quello della conoscenza: capire, esplorare, immaginare. Perché ogni grande conquista comincia sempre con una domanda. E la più grande di tutte è: siamo davvero soli?

