Oggi, 1° luglio 2025. segna un piccolo spartiacque nella storia giuridica italiana: entra in vigore la Legge 6 giugno 2025, n. 82, nota come “Disposizioni in materia di delitti contro gli animali” e promossa dall’onorevole Michela Vittoria Brambilla. Con questa norma, infliggere sevizie o uccidere un animale senza necessità non sarà più un illecito di poco conto: la reclusione potrà variare da sei mesi fino a quattro anni e le sanzioni pecuniarie arrivare fino a 60 000 € nei casi più gravi, specialmente se le sofferenze vengono prolungate o addirittura documentate e diffuse online. Finalmente la vittima di questi reati non è più considerata “bene giuridico” di secondo piano rispetto al sentimento umano, ma soggetto senziente meritevole di tutela in prima persona.
A scanso di equivoci e per i pochi che non sanno cogliere l’ironia, chiariamo subito che anche noi accogliamo con favore questa iniziativa, che rappresenta un importante momento di civiltà.
Ciò detto, chi in queste ore brinda al grido “i cani sono come figli!” dovrebbe, però, anche chiedersi con un sorriso ironico se i propri ragazzi sappiano di essere paragonati a Fido, e se si sentano un po’ trascurati, mentre il Labrador di famiglia gode di croccantini premium e passeggiate extra lusso.
Oltre a ciò, il rispetto per gli animali non dovrebbe fermarsi alla porta di casa. Pochi anni fa alcuni esperimenti hanno rivelato che corvi e ghiandaie sono capaci di ideare e utilizzare strumenti, risolvere rompicapi complessi e persino riconoscersi allo specchio. I polpi, con il loro sistema nervoso distribuito, aprono barattoli, si destreggiano in labirinti e in certi casi addirittura evadono dagli acquari pur di “rubare” un boccone ai compagni di vasca. Persino i maiali, spesso relegati a stereotipi da prosciutto, mostrano empatia e una memoria spaziale non dissimile da quella dei cani, mentre i delfini fanno sfoggio di sofisticati segnali sociali e di un’autocoscienza che li avvicina alle stazioni di specchi e test cognitivi umani.
Così, mentre la Legge 82 punisce duramente chi infligge torture a un Chihuahua, forse varrebbe la pena interrogarsi sulle condizioni – spesso invisibili e tuttora meno sanzionate – di chi finisce in scatola al supermercato. Il vero salto culturale non si fa solo con l’inasprimento delle pene, per quanto importante, ma con le scelte quotidiane di consumo e di informazione che ciascuno di noi compie. Se domani la stessa pena applicata al maltrattamento del barboncino di casa valesse anche per chi gestisce allevamenti intensivi, saremmo tutti più responsabili verso la sofferenza e l’intelligenza di ogni creatura senziente.
È in questo spazio di riflessione che si colloca l’ironia salutare di chi, da una parte, si indigna per il povero cagnolino e, dall’altra, si chiede con un po’ di umorismo se i propri figli si sentano “cani viziati”.
La responsabilità individuale, in fondo, consiste proprio nel riconoscere la dignità e la capacità di soffrire di chi non parla la nostra lingua né indossa un collare.

