Cilento preistorico: a Marina di Camerota spunta un Neanderthal che anticipa la presenza umana di 200.000 anni

Una scoperta che nasce da un singolo dente, riesaminato dopo decenni, sta riportando il Cilento al centro della storia profonda dell’Europa. Le analisi più recenti condotte sulla Grotta del Poggio di Marina di Camerota confermano che quel molare rinvenuto nel 1966 apparteneva a uno dei più antichi Neanderthal del Sud Italia, un tassello fondamentale per comprendere le prime popolazioni umane della Penisola. Lo studio, pubblicato sull’American Journal of Biological Anthropology e firmato da Adriana Moroni, Erica Piccirilli, Stefano Benazzi e Stefano Ricci, ha utilizzato metodologie avanzate per chiarire identità e cronologia del reperto.

La Grotta del Poggio, già nota per il suo deposito antropico spesso sei metri, si conferma un archivio privilegiato del Paleolitico medio. Dal 2022 è uno dei siti chiave del progetto europeo FIRSTSTEPS, dedicato alle prime dispersioni umane nel continente. Durante il MIS 6, tra 200 e 140 mila anni fa, il basso Cilento offriva condizioni climatiche più miti rispetto al resto dell’Europa, diventando un rifugio naturale per gruppi umani e specie come Palaeoloxodon antiquus e rinoceronti del genere Stephanorhinus.

Le attività di ricerca e scavo alla Grotta del Poggio vengono svolte grazie al finanziamento del progetto europeo FIRSTSTEPS e al supporto dell’Amministrazione comunale di Camerota. Le indagini sono curate dall’Unità di Ricerca di Preistoria e Antropologia del Dipartimento di Scienze Fisiche, della Terra e dell’Ambiente dell’Università di Siena e dal Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna, in collaborazione con la soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Salerno e Avellino, nell’ambito della concessione ministeriale (DG-ABAP 13/06/2025, decreto n. 950).

Il dente analizzato – un molare superiore sinistro di grandi dimensioni – presenta radici robuste e fuse, tipico taurodontismo neandertaliano. La corona, asimmetrica e tendente al rombo, mostra un’usura moderata, segno di un utilizzo prolungato. La datazione lo colloca tra i reperti più antichi della Penisola, in linea con il celebre Neanderthal di Altamura (170–130 mila anni fa). Altri resti meridionali, come quelli della Grotta Taddeo o del Riparo del Molare di Scario, appartengono invece a fasi più recenti, tra l’ultimo interglaciale e la fine del Paleolitico medio. Il riesame dei materiali ha inoltre chiarito che un astragalo rinvenuto fuori contesto apparteneva non a un Neanderthal, ma a un Homo sapiens dell’Età del Bronzo.

A partire da queste evidenze, la ricerca in corso – sostenuta dal progetto FIRSTSTEPS e dall’amministrazione comunale di Camerota – continua a restituire un quadro sempre più articolato delle popolazioni che abitarono il Sud Italia. Ma ciò che rende ancora più interessante questa scoperta è ciò che suggerisce sul nostro rapporto con i Neanderthal. Oggi sappiamo che non sono scomparsi del tutto: ogni essere umano moderno di origine eurasiatica conserva circa il 2% di DNA neandertaliano, con variazioni che in alcuni casi raggiungono il 3–4%. E poiché ogni individuo porta frammenti diversi, sommando tutte le varianti presenti nell’umanità moderna si conserva una porzione molto ampia del loro genoma complessivo. È per questo che alcuni genetisti ipotizzano che, in teoria, future biotecnologie potrebbero permettere di ricostruire organismi simili ai Neanderthal, dato che il loro patrimonio genetico non è andato perduto ma diffuso nella nostra specie.

Questa continuità genetica conferma un fatto ormai indiscutibile: Homo sapiens e Neanderthal si incrociarono più volte. Eppure, nonostante questo scambio, i Neanderthal scomparvero tra 40.000 e 30.000 anni fa. Le cause non sono univoche, ma diversi fattori sembrano aver contribuito. Tra questi, l’Evento di Laschamp, avvenuto circa 42.000 anni fa, quando il campo magnetico terrestre crollò drasticamente, aumentando l’esposizione alle radiazioni ultraviolette e alterando gli ecosistemi. A ciò si aggiunsero forti oscillazioni climatiche, con glaciazioni (tra cui il Würm) e rapide variazioni ambientali che ridussero le risorse disponibili. In questo contesto già fragile, la competizione – e l’incrocio – con i Sapiens potrebbe aver accelerato la loro scomparsa, che alcuni studiosi interpretano non come un’estinzione netta, ma come un assorbimento genetico.

Resta una domanda affascinante: se, come suggeriscono alcune ricerche, i Neanderthal erano meno inclini ai conflitti rispetto ai Sapiens, il passaggio da una specie all’altra rappresenta davvero un’evoluzione? O, almeno sotto certi aspetti, potrebbe essere stato un passo indietro, una involuzione? Mentre nuovi reperti come quello della Grotta del Poggio continuano a emergere, il nostro passato remoto appare sempre meno oscuro e sempre più intrecciato con ciò che siamo oggi.