Gli studi condotti dall’Università degli Studi di Salerno, presentati in un servizio del Tgr Leonardo, hanno analizzato con tecniche avanzate le serie temporali di deformazione del suolo ottenute dai dati satellitari delle missioni ERS ed Envisat e hanno messo in rilievo una sincronizzazione temporale di fenomeni importanti nell’area vulcanica napoletana; nei primi anni 2000 si osservò una subsidenza del Vesuvio attribuibile a una depressurizzazione profonda attorno ai 9 km, evento coevo alla transizione dei Campi Flegrei da una fase di subsidenza a una fase di sollevamento, circostanza che suggerisce la possibilità di una interazione dinamica a profondità intermedie tra i sistemi vulcanici e che ha ricevuto riconoscimento per il valore del riutilizzo di dati di missioni non più operative.
A complemento delle evidenze geodetiche, la letteratura e la comunità scientifica maggioritaria sottolineano che Campi Flegrei, Vesuvio e Ischia mostrano differenze significative nella composizione chimica dei magmi e dei gas, nelle caratteristiche petrologiche e nelle storie eruttive, elemento che porta a interpretare i singoli apparati come sistemi con sorgenti e processi parzialmente distinti pur ammettendo collegamenti a scala profonda; in sintesi, esistono prove di interazioni a livello profondo ma anche forti elementi chimico-petrologici che supportano origini e percorsi evolutivi differenti per ciascun vulcano, rendendo l’area napoletana uno dei territori più complessi e strategici per la sorveglianza vulcanologica.
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