Didattica e nuove metodologie: quali possibili elementi dell’innovatività della scuola oggi.

del prof. Andrea Canonico

Juline Anquetin Raoult
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La formazione del pensiero socio-culturale ed educativo degli studenti/esse risponde alle esigenze ed alle richieste dell’attuale e futura società del cambiamento e dell’innovazione sempre più rapidi in tutti i campi.
A tal proposito, qualche settimana fa, il Corriere della Sera pubblicava un articolo della giornalista Valentina Rorato per esaltare un’idea comportamentale nuova, a suo dire, sulla scuola e sulla classe. Titolo: Il pedagogista Daniele Novara «L’insegnante non deve fare lo “spiegone” ma una lezione con stimoli che generino domande»
Seguiamo lo scritto. Si parte da un libro di una filosofa francese, Juline Anquetin Rault, che celebra la “classe autonoma”, asserendo  che a scuola si impara dai compagni. Sia dal pedagogista italiano che dall’insegnante che ha scritto la postfazione al libro, veniamo a sapere che questo asserto dovrebbe essere scritto “a lettere cubitali in ogni ingresso scolastico.”
Il docente non dovrebbe intervenire con uno “spiegone”, ma dovrebbe cercare di indirizzare i suoi studenti verso l’autonomia: “Quando si è autonomi per imparare (ma da chi?), si diventa consapevoli delle proprie capacità”. Dette queste affermazioni, si aprono loro davanti montagne di domande. Imparare da chi? imparare cosa? e perché?
Il compagno di banco diventa una specie di maestro, ma allora il maestro della classe chi diventa? E ce n’è anche per i genitori, che sono messi in discussione da questo modo di apprendere. La filosofa francese divide l’ora di lezione, che logicamente non dovrebbe più essere chiamata così, in questo modo: 25% spiegazione – evidentemente dell’insegnate – 15% verifica conoscenze, 50% laboratori ed attività pratiche e 10% tempo libero e di riordino.
Ognuno ne può trarre le conseguenze e le riflessioni ipotizzabili. Ma in definitiva il tutto resta uno spezzettamento carnevalesco, coriandoli, che non riescono neppure ad essere identificati.
Ogni argomento ha un peso specifico diverso. Questa separazione netta e rigida di compiti, ruoli o funzioni costituisce un vero non senso: infatti le dinamiche socio-formative potrebbero limitare la spontaneità e la crescita intersoggettiva.  Ma oltre ai genitori, che non riuscirebbero a controllare i risultati dei loro figli (ed insomma anche gli errori contano), anche gli insegnanti sono presi in contropiede.


“La classe autonoma spaventa anche i docenti”. Li obbliga a mettersi in discussione. Quindi i professori di domani dovrebbero essere messi sotto prova continua con corsi di formazione pedagogica per raggiungere risultati manifesti: “È inammissibile, soprattutto nelle superiori, essere esperti solo ed esclusivamente della propria materia“.
L’insegnante quindi diviene un tuttologo, che si eleva nel cielo dell’organizzazione scolastica. Il pedagogista intervistato vorrebbe test più specifici per potere essere sicuri di docenti in grado di ricoprire questa nuova figura. Nuova necessariamente, dato che ora “Siamo ancora inceppati in un’idea di scuola trasmissiva, oserei dire nozionistica “: l’apprendimento per Novara è sviluppare capacità applicative, ma di cosa quindi?
Il docente, secondo lui, ancora visto come figura superiore, deve mettersi al servizio dei discenti ignoranti che vanno a scuola proprio per esserlo un po’ di meno, per imparare.
La professoressa della post-fazione aggiunge che queste figure debbono approfondire “l’aspetto psicologico, educativo ed emotivo.” Per contrastare eventuali ansie degli studenti ma anche i loro ipotetici disagi. Un recupero compensativo quindi di futilità grossolane e superficialità inammissibili, che nella scuola hanno causato veri e troppi danni.
Il tenere lezioni, anche piacevoli, andrebbe del tutto perso. L’ignoranza si svilupperebbe ancora di più ed ognuno passerebbe il tempo di lavoro a sgranchirsi tediato e infastidito, aspettando il liturgico suono della campanella. Questa situazione è già oggi presente nelle nostre scuole ed in molte altre, specialmente all’estero. Sembrano comportamenti che piacciono soprattutto agli studenti che non vogliono fare la fatica di apprendere ed agli insegnanti che non vogliono fare la fatica di insegnare rimanendo ad un livello decente di conoscenza della propria disciplina.
Del resto, nell’articolo, Novara è qualificato come pedagogista, non in modo indifferenziato, ma ben preciso e sottolineato. Ci pregiamo  di ricordare una delle tante  affermazioni del politico ed intellettuale Antonio Gramsci sul valore dello studio della cultura  latina e greca, che per  lui rappresentava quasi un “training performativo e deittico”, utile ad allenare la plasticità della mente e le nostre funzioni cultural-cognitive, “Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io….Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale.”

Certe cose non si possono spiegare a chi si rifiuta di capire: l’esercizio mentale necessario per arrivare a tradurre dal latino e dal greco costituisce un incomparabile percorso educativo.

(Prof. Andrea Canonico)