GUERRA IN IRAN: Robert Pape, l’esperto americano che l’ha simulata per 20 anni rompe il silenzio: ecco cosa starebbe per accadere davvero!

Robert Pape non è un analista qualunque. È uno dei più autorevoli studiosi americani di strategia militare, direttore del Chicago Project on Security and Threats, consulente della Casa Bianca e del Pentagono, e soprattutto l’uomo che per vent’anni ha simulato scenari di guerra tra Stati Uniti e Iran. Le sue analisi non nascono da impressioni, ma da modelli, dati e briefing riservati. È noto per il suo approccio freddo, quasi clinico, che evita toni apocalittici ma che, proprio per questo, rende le sue valutazioni ancora più inquietanti.

Secondo Pape, non ci troviamo davanti a una crisi che rischia di degenerare in guerra: siamo già dentro una guerra, anche se non ancora nella sua forma convenzionale. Gli Stati Uniti e l’Iran si stanno confrontando apertamente attraverso milizie, droni, bombardamenti mirati, attacchi navali e ritorsioni che coinvolgono l’intera regione. La fase attuale non rappresenta l’inizio di qualcosa, ma un salto di livello in un conflitto già in corso, che sta rapidamente perdendo i tratti della guerra per procura per assumere quelli di uno scontro diretto tra Stati.

A rendere la situazione ancora più instabile è il ruolo di Israele, che Pape considera un attore decisivo. Le operazioni israeliane contro obiettivi iraniani in Siria, Libano e persino in profondità nel territorio iraniano alimentano la spirale dell’escalation. Per Teheran, gli attacchi israeliani non sono episodi isolati, ma parte di una strategia coordinata con Washington; per Washington, le reazioni iraniane contro Israele sono un’estensione della guerra contro gli Stati Uniti. È una triangolazione che moltiplica i fronti, riduce i margini di controllo e aumenta la probabilità di un errore di calcolo.

L’Iran, inoltre, non è più un attore isolato. È il centro di una rete di milizie e alleanze che si estende dal Libano allo Yemen. Questo significa che un conflitto aperto non resterebbe confinato ai due protagonisti, ma assumerebbe immediatamente una dimensione regionale. E qui entra in gioco un elemento che Pape considera decisivo: la vulnerabilità delle infrastrutture energetiche mondiali. Lo Stretto di Hormuz, da cui transita una quota enorme del petrolio globale, è il primo bersaglio naturale in caso di escalation. Non è un’ipotesi teorica: la leadership iraniana ha già avvertito che colpire le sue risorse energetiche significherebbe “dare fuoco al Medio Oriente” .

In questo scenario, l’Europa è il soggetto più esposto e al tempo stesso il meno influente. Una crisi nello Stretto di Hormuz si tradurrebbe immediatamente in un aumento dei prezzi energetici, in tensioni sui mercati e in un rallentamento economico che colpirebbe soprattutto i Paesi più dipendenti dalle importazioni. Gli Stati Uniti potrebbero contare sulle proprie riserve strategiche; la Cina ha già diversificato le sue fonti. L’Europa no. E il paradosso è che, pur essendo tra i soggetti che pagherebbero il prezzo più alto, non ha alcun ruolo reale nella gestione della crisi.

Pape sottolinea anche un altro punto spesso ignorato: la Cina è ormai l’arbitro silenzioso del conflitto. Pechino ha investito miliardi nell’economia iraniana e non può permettersi una guerra che destabilizzi il mercato energetico. Per questo, secondo l’analista, qualsiasi tentativo di disinnescare la crisi dovrà passare inevitabilmente da un coinvolgimento cinese. È un cambiamento epocale: la diplomazia mediorientale non è più un affare esclusivo di Washington.

Ma c’è un ulteriore elemento che Pape considera cruciale: la Russia di Vladimir Putin. Mosca ha interesse a un Medio Oriente instabile, perché un aumento dei prezzi energetici rafforza la sua leva economica e geopolitica. Inoltre, la cooperazione militare tra Russia e Iran è cresciuta negli ultimi anni, soprattutto dopo la guerra in Ucraina. Questo significa che un’escalation potrebbe trasformarsi in un conflitto a tre livelli: Stati Uniti contro Iran, Iran sostenuto dalla Russia, e un’Europa costretta a subirne le conseguenze. Per Pape, ignorare Putin sarebbe un errore strategico: la Russia non è un osservatore, ma un attore che può prolungare, amplificare o sfruttare il conflitto.

Per l’analista, lo scenario più probabile non è quello di una guerra totale né quello di una distensione improvvisa, ma quello che definisce una guerra limitata ma prolungata. Limitata perché nessuno dei protagonisti ha interesse a un confronto diretto su larga scala; prolungata perché la rete di milizie filo-iraniane permette a Teheran di colpire senza esporsi, mentre gli Stati Uniti, pur rispondendo, non riescono a ristabilire una deterrenza credibile. È un conflitto che procede per ondate: attacchi mirati, ritorsioni indirette, sabotaggi, pressioni economiche, operazioni coperte. Una guerra “a bassa intensità” solo in apparenza, perché gli effetti cumulativi, soprattutto sul piano energetico, sarebbero enormi.

Pape avverte che la finestra per evitare una guerra devastante si sta restringendo. Non perché l’Iran voglia uno scontro diretto, ma perché la logica delle ritorsioni reciproche sta riducendo lo spazio per soluzioni diplomatiche. Ogni attacco, ogni risposta, ogni dichiarazione incendiaria sottrae centimetri al terreno del negoziato. E quando il margine si assottiglia troppo, basta un errore di calcolo per precipitare nel baratro.

Il rischio più grave, secondo l’analista, è che un conflitto prolungato spinga Teheran ad accelerare il proprio programma nucleare, non per usarlo ma per creare una leva negoziale. Sarebbe uno scenario estremamente pericoloso, perché costringerebbe gli Stati Uniti a valutare opzioni drastiche, incluse quelle che Pape ha più volte definito “le più destabilizzanti”: operazioni preventive contro siti sensibili, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero.

In conclusione, la lettura di Pape è tanto lucida quanto inquietante: la guerra non è inevitabile, ma la traiettoria attuale punta in quella direzione. Per invertire la rotta servono scelte politiche coraggiose, un coinvolgimento multilaterale e la consapevolezza che il Medio Oriente del 2026 non è più quello del 2003. Continuare a ragionare con le categorie del passato significa non capire la natura del rischio presente. E, come Pape ripete da vent’anni nelle sue simulazioni, quando non si comprende il rischio, è molto più facile finirci dentro.