Quando sentiamo parlare di demenza, la prima immagine che ci viene in mente è spesso quella della perdita: dei ricordi, delle parole, dei volti. Eppure, dietro ogni diagnosi c’è molto di più.
Ci sono persone che continuano a vivere, a sentire emozioni, a desiderare relazioni significative. Ci sono famiglie che imparano ogni giorno a comunicare in modi nuovi. E ci sono comunità che possono diventare spazi di inclusione, anziché di esclusione.
Durante il recente incontro “UNA STRADA DI SPERANZA NEL CAMMINO DELLA MEMORIA. La cura delle persone con decadimento cognitivo” al Meeting di Rimini 2025, esperti e professionisti hanno raccontato una realtà complessa, ma piena di possibilità.
Secondo la professoressa Patrizia Mecocci, direttrice della geriatria all’Università di Perugia, quasi la metà dei casi di demenza potrebbe essere prevenuta. Sembra incredibile, eppure lo confermano studi internazionali: i nuovi casi di demenza stanno diminuendo in molti paesi occidentali. Come? Grazie a stili di vita più sani: più attività fisica, più stimolazione cognitiva, meno fumo, più cura della salute cardiovascolare. La demenza non è una condanna ineluttabile: molto dipende da come viviamo oggi.
Il progetto FINGER, nato in Finlandia e ora diffuso in tutto il mondo, dimostra che un approccio multidisciplinare — che unisce dieta equilibrata, movimento, esercizi cognitivi e socialità — riduce il rischio di declino cognitivo e migliora le capacità mentali. Il messaggio è potente: non è mai troppo presto, né troppo tardi, per prendersi cura del nostro cervello.
Ma vivere bene con la demenza non significa solo rallentarne il decorso. Significa cambiare prospettiva. Il professor Rabisattà, psicologo clinico, lo spiega così: “Non possiamo interagire con ciò che manca, dobbiamo partire da ciò che resta.”
La memoria può vacillare, ma l’identità profonda della persona rimane. Un brano musicale, un profumo, un gesto familiare possono riaccendere ricordi che sembravano perduti.
Conoscere le abitudini, i gusti, le emozioni di chi vive con la demenza ci aiuta a riconoscere l’essere umano, prima della diagnosi.
E qui emerge un nodo cruciale: lo stigma. Troppe persone, dopo la diagnosi, si sentono escluse, trattate come “non più se stesse”. Ma la verità è un’altra: quella persona c’è ancora.
Un barista che propone con gentilezza: “Vuole un caffè, un cappuccino o un succo di frutta?”, invece di aspettare una risposta che non arriva. Un quartiere che offre spazi sicuri e accoglienti. Servizi che non solo assistono, ma includono.
Come ricorda Marco Predassi, fondatore della Fondazione Il Melo Onlus: “I mattoni possono avere un’anima, se riusciamo a conferirgliela.”
Questa è la sfida più grande: costruire comunità che sappiano accogliere la fragilità. Non bastano i farmaci: servono luoghi, relazioni e occasioni che restituiscano dignità.
E noi, cosa possiamo fare? Forse non possiamo cambiare tutto, ma possiamo fare la differenza:
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Con una parola gentile.
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Con la pazienza di un ascolto.
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Con scelte di vita che proteggono la nostra salute cognitiva.
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Con l’impegno, come società, a non lasciare indietro nessuno.
E allora, la domanda è per tutti noi:
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Siamo pronti a vedere la persona oltre la diagnosi?
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Siamo disposti a costruire insieme comunità amiche della demenza?
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E soprattutto: quali “mattoni” vogliamo posare, oggi, per il nostro futuro?
Perché vivere bene con la demenza è possibile. Ma riguarda tutti noi.

