Campi Flegrei, scoperto il “condotto” dei gas sotto la Solfatara: lo studio che spiega il bradisismo


Un team internazionale coordinato dall’Università di Pisa in collaborazione con l’INGV e il GFZ di Potsdam ha ricostruito con dettaglio inedito la via di risalita dei gas che alimentano l’attuale fase di unrest nei Campi Flegrei, mettendo in luce un meccanismo strutturale che spiega molte delle osservazioni geodetiche e sismiche degli ultimi anni. Utilizzando tecniche sismologiche avanzate, nello specifico il confronto sistematico delle forme d’onda dei terremoti vulcano-tettonici e l’isolamento di segnali a periodo molto lungo (VLP) associati a fenomeni di risonanza in fratture piene di fluidi, gli autori sono riusciti a “illuminare” una struttura sotterranea persistente che connette il serbatoio geotermico profondo con le fumarole superficiali della Solfatara. Questo risultato è supportato dai dati e dalle analisi pubblicate nello studio su Communications Earth & Environment.

Dal modello proposto emerge una geometria sorprendentemente precisa: una cavità o frattura inclinata, estesa per circa 1.000 metri in lunghezza, con dimensioni trasversali dell’ordine di 650 metri e una apertura stimata in circa 35 centimetri. La persistenza della firma VLP e l’elevata somiglianza delle forme d’onda tra eventi distribuiti nel tempo suggeriscono che questa struttura sia rimasta sostanzialmente stabile per almeno un decennio, senza cambiamenti rapidi nella sua morfologia o nella natura dei fluidi che la percorrono. Gli autori stimano la profondità della sorgente risonante in una fascia coerente con quella del serbatoio geotermico noto nell’area; tali dettagli geometrici e dinamici consentono di comprendere come una colonna di fluidi e gas possa esercitare pressione sul dispositivo di faglie e fratture sovrastanti e contribuire così al sollevamento del suolo osservato.

Questa ricostruzione fornisce una chiave interpretativa importante per il fenomeno del bradisismo che interessa i Campi Flegrei: la messe di dati geodetici mostra un progressivo rigonfiamento della caldera — complessivamente circa 1,4 metri di sollevamento dal 2005 — accompagnato da una sequenza sismica che, negli ultimi anni, ha raggiunto scosse di rilievo, incluso l’evento di magnitudo 4.6 del 30 giugno 2025. Il quadro che emerge dallo studio sostiene che il motore immediato del bradisismo non sia una nuova e diretta intrusione magmatica a bassa profondità, bensì la pressione generata da gas e fluidi idrotermali che risalgono lungo fratture preesistenti e si accumulano o risonano in cavità sotterranee. In pratica, la spinta idrotermale e il degassamento risultano attori primari dell’attuale fase di unrest, mentre il magma rimane visto come fonte termica profonda più che come corpo in rapida risalita.

Dal punto di vista operativo e di rischio, la novità più rilevante è che conoscere esattamente il percorso dei gas e la geometria delle fratture consente di valutare con più accuratezza cosa monitorare e come interpretare i segnali. La combinazione di osservazioni sismiche (in particolare la frequenza e l’ampiezza dei VLP), misure geodetiche di deformazione e campagne geochimiche sul degassamento in superficie fornisce una base molto più robusta per distinguere tra variazioni transitorie legate alla dinamica dei fluidi e segnali che potrebbero preludere a scenari più critici. Pertanto, tenere sotto controllo la composizione dei gas, l’evoluzione delle frequenze VLP e le variazioni del sollevamento è fondamentale per intercettare per tempo possibili cambiamenti nello stato del sistema vulcanico e per adeguare le valutazioni di rischio.

Lo studio non solo conferma ipotesi avanzate in precedenza da gruppi di ricerca geochimica e geofisica, ma le integra su un piano strutturale: ricerche storiche, tra cui i lavori di Giovanni Chiodini e collaboratori, avevano già individuato una colonna di gas collegata alla Solfatara e suggerito che il degassamento potesse giocare un ruolo centrale nell’attivazione delle crisi bradisismiche; il nuovo contributo aggiunge ora la mappa dettagliata del “condotto” e mostra come quest’ultimo possa funzionare come una via preferenziale e stabile per la risalita dei gas. È importante sottolineare che, pur essendo rassicurante l’assenza di segnali inequivocabili di nuove intrusioni magmatiche, la presenza di un canale permanente di degassamento rappresenta un’incognita: in certe condizioni esso può aiutare a sfogare la pressione, in altre potrebbe invece velocizzare transizioni del sistema qualora variassero la pressione, la composizione o la temperatura dei fluidi. La stabilità attuale non è sinonimo di assenza di rischio futuro.

Infine, la ricerca ribadisce i limiti attuali e la necessità di un monitoraggio integrato e continuo: la sola sismologia, per quanto potente nel rivelare la presenza e la geometria di fratture risonanti, non permette di discriminare con assoluta certezza se i fluidi coinvolti siano prevalentemente CO₂ supercritico o miscele più ricche di componenti magmatici; la combinazione con analisi chimiche dei gas, misure geochimiche in situ e dati geofisici multiparametrici resta quindi indispensabile per affinare le interpretazioni e per migliorare la capacità di previsione. Da qui la raccomandazione pratica che gli enti di sorveglianza mantengano e potenzino un sistema sinergico di osservazione: sismologia ad alta risoluzione, geodesia, monitoraggio geochimico e modellazione integrata sono gli strumenti che oggi permettono di trasformare la conoscenza scientifica in gestione del rischio.


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