Guerra in Iran – Oggi, essere davvero europei significa avere il coraggio di Sánchez

BRUSSELS, BELGIUM - OCTOBER 17: Prime Minister of Spain Pedro Sanchez attends a press conference during the European Council Summit on October 17, 2024 in Brussels, Belgium. EU leaders are meeting in Brussels during the European Council, October 17-18. Members are expected to discuss the ongoing conflicts in Ukraine and the Middle East, as well as the topics of competitiveness, migration, and foreign affairs. (Photo by Pier Marco Tacca/Getty Images)

La crisi apertasi con l’attacco contro l’Iran ha riportato l’Europa davanti a una domanda cruciale: quale deve essere la sua voce nelle crisi internazionali? In questo contesto, la posizione assunta dal primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, ha avuto un peso particolare, perché ha espresso con chiarezza ciò che molti governi europei pensano ma esitano a dire apertamente. Il premier spagnolo ha infatti dichiarato che “la posizione della Spagna si riassume in poche parole: no alla guerra”, rifiutando l’uso delle basi militari di Morón e Rota per l’operazione e sottolineando che l’intervento non rispondeva ai criteri di legalità internazionale. Ha anche respinto le pressioni dell’amministrazione statunitense, ricordando che la cooperazione tra alleati non può trasformarsi in obbedienza automatica, soprattutto quando sono in gioco decisioni che rischiano di destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente.

Sánchez ha inoltre richiamato la memoria collettiva europea, osservando che “il mondo, l’Europa e la Spagna si sono già trovati in questa situazione”, un chiaro riferimento alla guerra in Iraq e agli errori commessi allora. Ha criticato l’uso politico della guerra da parte di alcuni leader, definendo “inaccettabile” che si ricorra alla retorica del conflitto per coprire fallimenti interni. In questo senso, la sua posizione non è stata un gesto isolato, ma un invito all’Europa a recuperare la propria identità: un continente nato come progetto di pace, che deve difendere il diritto internazionale e la diplomazia come strumenti primari di gestione delle crisi.

Questo non significa mettere in discussione l’Alleanza Atlantica. L’Italia, come ogni membro della NATO, rimane vincolata all’articolo 5 del Trattato, secondo cui un attacco contro un alleato è un attacco contro tutti. È un impegno che il nostro Paese ha già onorato, come dopo gli attentati dell’11 settembre, e che continua a rappresentare un pilastro della nostra politica estera. Ma rispettare gli obblighi dell’Alleanza non implica rinunciare a una valutazione autonoma delle singole operazioni militari, né accettare che la politica estera europea venga dettata da scelte unilaterali di Washington.

La posizione di Sánchez, in questo quadro, appare come una proposta di equilibrio: sostenere gli alleati senza rinunciare ai principi, mantenere la cooperazione transatlantica ma rifiutare automatismi, difendere la sicurezza collettiva senza abbandonare la legalità internazionale. È una linea che potrebbe diventare la base per una posizione comune dell’Unione Europea, soprattutto in un momento in cui la credibilità delle istituzioni internazionali è messa alla prova e la stabilità globale è sempre più fragile.

L’Europa ha bisogno di una voce unica, coerente con la sua storia e con i suoi valori. La Spagna ha indicato una strada possibile. Resta da capire se gli altri governi europei avranno il coraggio di seguirla, trasformando un gesto nazionale in una visione comune.


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