La notte di Capodanno in Campania si chiude con un bilancio che non dovrebbe più sorprendere nessuno: 68 feriti, di cui 10 minorenni, a causa di botti e fuochi d’artificio. Un numero che, pur inferiore rispetto ad altre annate, resta comunque la fotografia di un fenomeno che continua a ripetersi con puntualità quasi matematica. E che dimostra come, nonostante gli sforzi compiuti dalle Forze dell’Ordine, dalle strutture sanitarie e dalle amministrazioni locali, la cultura del rischio e dell’illegalità legata ai botti continui a essere radicata.
Ogni anno si intensificano i controlli, si sequestrano materiali pericolosi, si lanciano campagne di sensibilizzazione, si moltiplicano gli appelli alla prudenza. Eppure, puntualmente, arrivano i feriti: mani devastate, occhi lesionati, ustioni, traumi. E arrivano anche i minorenni, coinvolti in dinamiche che non dovrebbero nemmeno sfiorarli. Il dato più amaro è proprio questo: la normalizzazione dell’uso di materiale esplosivo da parte dei più giovani, spesso senza alcuna supervisione adulta, è un segnale che non può essere ignorato.
Il problema non è solo di ordine pubblico. È un problema culturale, sociale, educativo. È la dimostrazione che la tradizione dei botti, quando si intreccia con l’illegalità e l’incoscienza, smette di essere folklore e diventa un’emergenza. E che non basta l’impegno delle istituzioni se una parte della popolazione continua a considerare “normale” ciò che normale non è: acquistare prodotti pericolosi, usarli senza competenza, ignorare le regole, mettere a rischio se stessi e gli altri.
Non si tratta di demonizzare i festeggiamenti, né di criminalizzare chi usa fuochi d’artificio in modo corretto e autorizzato. Si tratta di riconoscere che ogni ferito è un fallimento collettivo, non delle Forze dell’Ordine, ma della comunità. Perché quando un minorenne finisce in ospedale per un ordigno artigianale, la domanda non è “dove erano i controlli?”, ma “dove erano gli adulti?”.
La Campania non è nuova a questi numeri, e proprio per questo non può più accettarli come inevitabili. Serve un salto di responsabilità: nelle famiglie, nelle scuole, nei quartieri. Serve che la tradizione venga separata dall’illegalità, e che il divertimento non passi più attraverso strumenti che ogni anno lasciano dietro di sé un bollettino di guerra.
Perché nonostante gli sforzi delle Forze dell’Ordine, che ogni anno fanno tutto ciò che è nelle loro possibilità, il problema non si risolve finché una parte della società continua a considerare i botti illegali come un diritto, un’abitudine, un gioco. E finché questo non cambia, ogni Capodanno continuerà a somigliare più a un’emergenza che a una festa.La notte di Capodanno 2026 in Campania si chiude con un bilancio che non dovrebbe più sorprendere nessuno: 68 feriti, di cui 10 minorenni, a causa di botti e fuochi d’artificio. Un numero che, pur inferiore rispetto ad altre annate, resta comunque la fotografia di un fenomeno che continua a ripetersi con puntualità quasi matematica. E che dimostra come, nonostante gli sforzi compiuti dalle Forze dell’Ordine, dalle strutture sanitarie e dalle amministrazioni locali, la cultura del rischio e dell’illegalità legata ai botti continui a essere radicata.
Ogni anno si intensificano i controlli, si sequestrano materiali pericolosi, si lanciano campagne di sensibilizzazione, si moltiplicano gli appelli alla prudenza. Eppure, puntualmente, arrivano i feriti: mani devastate, occhi lesionati, ustioni, traumi. E arrivano anche i minorenni, coinvolti in dinamiche che non dovrebbero nemmeno sfiorarli. Il dato più amaro è proprio questo: la normalizzazione dell’uso di materiale esplosivo da parte dei più giovani, spesso senza alcuna supervisione adulta, è un segnale che non può essere ignorato.
Il problema non è solo di ordine pubblico. È un problema culturale, sociale, educativo. È la dimostrazione che la tradizione dei botti, quando si intreccia con l’illegalità e l’incoscienza, smette di essere folklore e diventa un’emergenza. E che non basta l’impegno delle istituzioni se una parte della popolazione continua a considerare “normale” ciò che normale non è: acquistare prodotti pericolosi, usarli senza competenza, ignorare le regole, mettere a rischio se stessi e gli altri.
Non si tratta di demonizzare i festeggiamenti, né di criminalizzare chi usa fuochi d’artificio in modo corretto e autorizzato. Si tratta di riconoscere che ogni ferito è un fallimento collettivo della comunità. Perché quando un minorenne finisce in ospedale per un ordigno artigianale, la domanda non è “dove erano i controlli?”, ma “dove erano gli adulti?”.
La Campania non è nuova a questi numeri, e proprio per questo non può più accettarli come inevitabili. Serve un salto di responsabilità: nelle famiglie, nelle scuole, nei quartieri. Serve che la tradizione venga separata dall’illegalità, e che il divertimento non passi più attraverso strumenti che ogni anno lasciano dietro di sé un bollettino di guerra.
Perché nonostante gli sforzi delle Forze dell’Ordine, che ogni anno fanno tutto ciò che è nelle loro possibilità, il problema non si risolve finché una parte della società continua a considerare i botti illegali come un diritto, un’abitudine, un gioco. E finché questo non cambia, ogni Capodanno continuerà a somigliare più a un’emergenza che a una festa.

