Rincari di Capodanno: il solito rito di inizio anno con aumenti, nuove stangate, cittadini sempre più incavolati e giovani che scappano all’estero

Il nuovo anno si apre, come da liturgia nazionale, con i consueti e poco graditi “regali” che puntualmente scattano il 1° gennaio. Una disdicevole tradizione che non conosce crisi: aumentano le sigarette, aumentano i pedaggi, aumentano le accise. E aumentano, soprattutto, i sospiri e i “vaffa” degli italiani.

Le sigarette salgono di 14–15 centesimi a pacchetto, mentre il tabacco trinciato fa un balzo di 50 centesimi, perché si sa: se proprio vuoi fumare, almeno paga caro il vizio. Le autostrade, dal canto loro, non potevano certo sottrarsi al rito: i pedaggi crescono di un rassicurante 1–3%, un incremento “moderato”, ci dicono, giusto per ricordare a pendolari e famiglie che ogni viaggio è un privilegio. E poi ci sono i carburanti, con il riallineamento delle accise sul diesel che porta a un aumento immediato alla pompa e a un effetto domino su trasporti, logistica e prezzi al consumo. Un capolavoro di economia circolare: si aumenta un po’ qui, un po’ lì, e alla fine paga sempre chi non può farne a meno.

Nel frattempo, mentre si spremono i cittadini con la precisione di un contabile zelante, prosegue l’ossessione per il controllo del contante. Limiti, soglie, verifiche, segnalazioni: tutto per monitorare anche i movimenti più innocui, come i prelievi del proprio stipendio – spesso già insufficiente – o il trasferimento di qualche centinaio di euro a un familiare. Come se l’evasione o il malaffare si nascondessero all’interno del “welfare familiare”. E così, tra norme poco comprensibili e un clima di sospetto generalizzato, viene letteralmente terrorizzato e trattato come potenziale evasore chi usa lo scarso e sudato contante per necessità familiari.

Già, perché mentre si discute di centesimi, bolli e limiti ai prelievi, restano irrisolte le questioni che davvero frenano il Paese. La corruzione, che continua a costare miliardi e a erodere fiducia. Le collusioni tra politica e malaffare, messe in evidenza da numerose inchieste. Le disparità sociali, che si allargano come crepe in un edificio già lesionato. I privilegi della classe dirigente, sempre intatti e sempre auto‑giustificati. La burocrazia soffocante, che frena l’imprenditorialità. L’insufficiente sostegno alle donne lavoratrici, con asili nido che mancano e servizi che arrancano. Gli stipendi da fame di categorie fondamentali come gli insegnanti, pagati meno dei colleghi europei e perfino delle badanti. I pensionati, spesso dimenticati, che vedono il loro potere d’acquisto – già inadeguato – eroso ulteriormente mese dopo mese. E un welfare che si assottiglia, lasciando indietro proprio chi avrebbe più bisogno di essere sostenuto.

Insomma, tartassare sempre gli stessi è facile, quasi rilassante. Richiede poco coraggio e nessuna visione. Le vere imprese – quelle che potrebbero davvero cambiare il Paese – sono altre: combattere la corruzione, ridurre le disuguaglianze, eliminare i privilegi, sostenere chi lavora, aiutare chi cresce figli, creare condizioni per investire e innovare, favorire la meritocrazia, arginare la fuga dei giovani all’estero. Ma queste, si sa, sono sfide complesse, che richiedono volontà politica, competenza e una certa dose di responsabilità. Molto più semplice aumentare un’accisa, ritoccare un pedaggio, mettere un limite ai contanti e dichiarare che “siamo intervenuti”.

E – sia chiaro – queste osservazioni non sono rivolte solo al governo attuale, ma a tutti quelli che si sono succeduti negli ultimi 30 o 40 anni, e che, poco a poco, hanno convinto gli italiani che, per avere “successo” nella vita, bisogna darsi o alla prostituzione, o al malaffare, o alla politica… o a tutt’e tre le cose insieme.

E allora, agli analisti, ai politici e ai governanti di turno, un invito semplice: concentratevi sulle imprese difficili, quelle che servono davvero ai cittadini. Perché continuare a spremere sempre gli stessi non è solo ingiusto: è anche terribilmente prevedibile e dannoso per l’economia. I nostri padri, figli della civiltà contadina, lo sapevano benissimo: se si affamano e si mungono troppo spesso le vacche, poi non producono più latte. Ma, purtroppo, è chiaro che questo – a chi è abituato a mangiare caviale – non importa un fico secco.


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