L’America di John Wayne e l’ingenuo malinteso che ci portiamo dentro

C’è stato un tempo in cui bastava la sagoma di John Wayne a cavallo, controluce nel deserto, per rassicurare mezzo pianeta. L’America era quella di quei film lì: cappello a tesa larga, mascella quadrata, senso del dovere e un’idea molto semplice del bene e del male. Un mondo in cui i buoni arrivavano sempre all’ultimo minuto, e i cattivi, per qualche misteriosa legge morale, sparavano sempre per primi e sempre peggio.

Per decenni abbiamo creduto che quella fosse una metafora affidabile. Che gli Stati Uniti fossero, se non proprio John Wayne, almeno un suo parente stretto: un gigante un po’ ruvido, ma onesto; un alleato che, pur con qualche difetto, teneva la bussola puntata verso la giustizia.

Poi, lentamente, qualcosa si è incrinato.

Non è successo tutto in un giorno. È stato un accumulo di episodi, piccoli e grandi, che hanno insinuato un dubbio nuovo: e se il West che ci avevano raccontato fosse più scenografia che geografia?

C’è stato il caso delle armi di distruzione di massa in Iraq, cercate come pepite d’oro e mai trovate. C’è stata Sigonella, con quel braccio di ferro che ha lasciato l’Italia a chiedersi chi comandasse davvero nel saloon. Ci sono state le ombre su Gladio, i misteri che sfiorano la storia di Moro, le coincidenze che hanno accompagnato la parabola di Craxi. E poi le discussioni più recenti, dai tassi alle ambizioni artiche, che hanno mostrato un’America capace di sorprendere anche i suoi amici più fedeli.

Non si tratta di accusare nessuno. Si tratta di registrare un sentimento diffuso: la sensazione che il mito e la realtà abbiano preso strade diverse.

L’America resta un Paese straordinario, capace di innovazione, cultura, visioni che il mondo continua a seguire. Ma oggi molti osservatori — non solo in Italia — percepiscono una distanza crescente tra l’America che si racconta e quella che agisce. Una distanza che non genera ostilità, ma una forma nuova di prudenza: come quando scopri che il tuo eroe d’infanzia, dietro le quinte, era semplicemente umano.

Forse è questo il punto. Forse il “malinteso americano” nasce dal fatto che abbiamo chiesto agli Stati Uniti di essere John Wayne, quando nessun Paese può esserlo davvero. E forse, in fondo, anche loro hanno creduto per un po’ di essere quel cowboy infallibile, salvo poi scoprire che il mondo non è un set cinematografico e che la realtà non sempre segue la sceneggiatura. A volte le cose vanno diversamente, come in Vietnam e in Afganistan.

Oggi, mentre il pianeta cambia e gli equilibri si spostano, resta una certezza: il mito del West continua a vivere, ma lo guardiamo con occhi diversi. Non più come una promessa, ma come un racconto. Non più come una guida, ma come un ricordo.

E forse va bene così. Perché crescere significa proprio questo: imparare a distinguere tra il film e la vita, tra la leggenda e la politica, tra il cowboy e la nazione che lo ha inventato. E, intanto, il dubbio che – forse – i “buoni” e gli “amici” non siano quelli che abbiamo sempre ritenuto tali risuona nelle nostre menti con sempre maggiore insistenza.