Viviamo come creature programmate, convinte di essere libere mentre seguiamo un copione che non abbiamo scritto. La biologia ci muove, l’istinto ci trascina, la cultura ci modella. Eppure, dentro questa macchina che reagisce, c’è un punto di domanda che non si lascia zittire. L’essere umano agisce senza sapere perché vive, e pensa senza capire chi è. È un paradosso vivente: abbastanza cosciente da percepire la propria finitezza, ma non abbastanza da comprenderne il senso. Questa è forse la sua condizione più terribile: sapere di dover morire e non sapere perché è nato.
Ci muoviamo come stranieri nell’universo, come se fossimo stati catapultati in un luogo che non ci appartiene. Tesla diceva che le intuizioni non nascono dal cervello, ma da un “nucleo” più profondo, una sorgente di conoscenza che non controlliamo. Leonardo cercava nelle forme della natura un ordine nascosto, convinto che la mente umana fosse un riflesso di un’intelligenza più vasta. Giordano Bruno sosteneva che siamo una scintilla dell’infinito. Spinoza vedeva tutto come un’unica sostanza infinita, di cui noi siamo modi temporanei: frammenti che si credono separati, ma che non lo sono. Gli sciamani parlano di un mondo invisibile che sostiene quello visibile, di un sapere che non si impara ma si ricorda. I mistici, da secoli, ripetono che la nostra identità non è ciò che crediamo: siamo un punto di coscienza che ha dimenticato la propria origine. Gurdjieff sostiene che siamo nati incompleti e che un’anima dobbiamo costruircela da noi stessi.. Faggin, con la sua idea di coscienza come realtà fondamentale, di un campo informato, ribalta la prospettiva: non siamo materia che produce coscienza, ma coscienza che sperimenta la materia.
Eppure, nonostante queste intuizioni, viviamo come ciechi. Competiamo, accumuliamo, ci confrontiamo, come se la vita fosse una gara e non un mistero. Ci affanniamo per riempire un vuoto che non sappiamo nominare. Nel frattempo, ci chiediamo perché – biologicamente – un maschio desideri una femmina e viceversa, perché sentiamo il bisogno di riprodurci, perché la bellezza ci commuove, perché la musica ci attraversa come un vento antico, perché l’arte ci parla in una lingua che non abbiamo mai studiato. La biologia spiega i meccanismi, ma non il significato. La scienza descrive, ma non illumina. La filosofia interroga, ma non risolve. La spiritualità suggerisce, ma non dimostra.
Nasciamo senza un libretto delle istruzioni, eppure siamo costretti a decidere tutto. Siamo gettati nel mondo, direbbe Heidegger, e dobbiamo cavarcela. E lo facciamo con una strana convinzione di fondo: quella di essere sempre esistiti. I bambini non concepiscono la propria non-esistenza; gli adulti la rimuovono. Solo nella depressione questa rimozione cede, e la morte diventa un’ombra troppo vicina. Ma nella vita ordinaria andiamo avanti come se fossimo eterni, come se il tempo non ci riguardasse davvero. È un meccanismo di difesa, certo, ma anche un indizio: forse dentro di noi c’è qualcosa che non si sente mortale.
Il mistero della vita, di un figlio, dell’amore vero… tutto questo ci supera. Non lo comprendiamo, lo viviamo. E forse è proprio qui il punto: l’essere umano non è fatto per capire, ma per cercare. Non per possedere la verità, ma per inseguirla. Non per risolvere il mistero, ma per abitarlo.
E allora, chi diavolo siamo? Siamo creature che reagiscono, sì, ma anche creature che si interrogano. Siamo animali programmati, ma con un bug meraviglioso: la coscienza. Siamo frammenti finiti che percepiscono l’infinito. Siamo materia che sogna lo spirito, o spirito che si crede materia. Siamo un enigma che cammina, un paradosso che respira, una domanda che non smette di farsi domande.
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