In un Paese che invecchia rapidamente, continuare a ragionare di lavoro e pensioni come se fossimo ancora nell’Italia degli anni Ottanta è un lusso che non possiamo più permetterci. L’allungamento dell’aspettativa di vita, il miglioramento delle condizioni di salute nella terza età e la crescente fragilità del sistema previdenziale impongono un cambio di paradigma. Non si tratta solo di salvaguardare i conti pubblici, ma di riconoscere agli anziani un ruolo attivo, dignitoso e produttivo nella società.
La proposta di consentire il proseguimento, su base volontaria, volontario dell’attività lavorativa fino ai 70 anni e, successivamente, di sostenere chi tra i 70 e i 75 anni a chi percepisce una pensione inferiore ai 1000 euro e desidera avviare un’attività autonoma, rappresenta un passo concreto in questa direzione.
È una misura che unisce equità sociale, razionalità economica e lungimiranza politica.
La nostra società tende spesso a considerare l’anziano come un soggetto da proteggere, non come una risorsa. Eppure, chi ha 65 o 70 anni oggi appartiene a una generazione che ha accumulato competenze, relazioni, capacità organizzative e un patrimonio di conoscenze che rischia di andare disperso. Consentire a chi lo desidera di rimanere al lavoro fino ai 70 anni significa contrastare l’ageismo, favorire il passaggio intergenerazionale delle competenze e rafforzare il senso di utilità sociale, che è uno dei principali determinanti del benessere psicologico nella terza età. Non si tratta di obbligare nessuno, ma di riconoscere che l’età anagrafica non coincide più con l’età funzionale.
L’idea di permettere a chi ha tra i 70 e i 75 anni, con pensioni inferiori ai 1000 euro, di avviare un’attività autonoma con un contributo a fondo perduto fino a 20.000 euro e con l’esenzione totale da tasse e contributi fino a un reddito netto aggiuntivo di 1000 euro, accompagnata da una fiscalità agevolata fino agli 85 anni, non è un costo, ma un investimento.
È importante sottolineare che anche la contabilità dovrebbe essere completamente gratuita, ad esempio tramite i CAF, affinché nessun onere amministrativo o economico scoraggi chi desidera rimettersi in gioco. Questa misura ridurrebbe la povertà nella terza età, genererebbe nuova micro-imprenditorialità in settori spesso ad alta utilità sociale, alleggerirebbe la pressione sul welfare e attiverebbe consumi aggiuntivi con effetti positivi sul tessuto economico locale.
Un punto decisivo, spesso ignorato nel dibattito pubblico, è che lo Stato non perderebbe alcun gettito fiscale. Se un anziano rimane inattivo, infatti, non produce reddito e quindi non genera alcuna entrata per l’erario. Se invece, grazie a questa misura, riesce a superare la soglia dei 1000 euro di reddito netto aggiuntivo, proprio da quel momento inizierebbe a produrre gettito, sia pure in forma agevolata. In altre parole, lo Stato non rinuncia a nulla: al contrario, crea le condizioni per ottenere entrate che altrimenti non esisterebbero. È un esempio perfetto di politica pubblica che trasforma un potenziale costo in una risorsa.
Dal punto di vista etico, questa proposta riconosce un principio fondamentale: il diritto a un reddito dignitoso. Migliaia di anziani vivono con pensioni insufficienti, spesso frutto di carriere frammentate, lavori precari o contributi versati in epoche in cui i salari erano molto più bassi. Consentire loro di integrare il proprio reddito senza essere soffocati da burocrazia e tassazione non è un privilegio, ma un atto di giustizia. L’esenzione fiscale fino a un reddito netto aggiuntivo di 1000 euro non è un regalo: è un modo per permettere a chi parte da una condizione di svantaggio di raggiungere un livello di vita dignitoso.
Dal punto di vista politico, si tratta di una scelta intelligente e lungimirante. In un Paese dove gli anziani rappresentano una quota crescente dell’elettorato, ignorarne le esigenze sarebbe miope. Ma questa misura non è un’operazione di consenso: è una politica che crea valore per l’intera collettività. Riduce le tensioni intergenerazionali, perché non sottrae risorse ai giovani ma crea nuova ricchezza; rafforza la coesione sociale valorizzando il contributo di tutti; promuove un modello di welfare attivo, più sostenibile nel lungo periodo. E soprattutto, aumenta il PIL, perché attiva energie produttive oggi inutilizzate, genera nuova domanda interna e stimola attività economiche diffuse sul territorio.
In definitiva, l’Italia ha bisogno di un nuovo patto sociale che riconosca agli anziani non solo il diritto alla protezione, ma anche quello alla partecipazione. Permettere di lavorare fino ai 70 anni su base volontaria e sostenere l’imprenditorialità tra i 70 e gli 85 anni non è solo una questione economica: è un atto di civiltà. È il riconoscimento che la longevità non è un problema da gestire, ma una risorsa da valorizzare. Se vogliamo un Paese più giusto, più ricco e più coeso, dobbiamo iniziare da qui: dare agli anziani la possibilità di essere protagonisti, non spettatori, della propria vita.
PROPOSTA NORMATIVA
Disposizioni per la valorizzazione dell’attività lavorativa e imprenditoriale degli anziani e per il sostegno al reddito nella terza età”
Art. 1 – Finalità
La presente legge è finalizzata a valorizzare il contributo sociale, economico e professionale delle persone anziane, promuovendo la loro partecipazione attiva alla vita lavorativa e imprenditoriale, favorendo l’integrazione del reddito pensionistico e contribuendo alla crescita economica nazionale.
Le misure previste perseguono obiettivi di equità sociale, inclusione, contrasto alla povertà nella terza età, incremento del PIL e rafforzamento della coesione intergenerazionale.
Art. 2 – Prosecuzione volontaria dell’attività lavorativa fino ai 70 anni
È consentito a ogni lavoratore, dipendente o autonomo, proseguire volontariamente l’attività lavorativa fino al compimento del settantesimo anno di età, senza necessità di ulteriori requisiti o autorizzazioni.
La prosecuzione volontaria non comporta penalizzazioni né limitazioni ai diritti previdenziali maturati.
Art. 3 – Incentivi all’attività autonoma per soggetti tra i 70 e i 75 anni con pensione inferiore a 1000 euro
I cittadini di età compresa tra i 70 e i 75 anni, titolari di pensione di importo inferiore a 1000 euro mensili, possono avviare un’attività autonoma o imprenditoriale individuale beneficiando delle misure previste dal presente articolo.
È riconosciuto un contributo a fondo perduto fino a 20.000 euro, finalizzato all’avvio dell’attività e all’acquisto di beni strumentali, servizi, materiali o altre spese necessarie.
Per tali attività è prevista l’esenzione totale da ogni imposta, tassa o tributo nazionale o locale, nonché l’esonero dal versamento dei contributi previdenziali INPS, fino al raggiungimento di un reddito netto aggiuntivo pari a 1000 euro annui, calcolato al netto delle spese di gestione documentate.
Superata tale soglia, si applica un regime fiscale e contributivo agevolato, definito con decreto attuativo del Ministero dell’Economia e delle Finanze, limitatamente alla parte eccedente.
Le agevolazioni di cui ai commi precedenti sono riconosciute fino al compimento dell’85° anno di età.
Art. 4 – Gratuità della contabilità e degli adempimenti amministrativi
Per le attività avviate ai sensi dell’articolo 3, la gestione contabile, fiscale e amministrativa è garantita gratuitamente tramite i Centri di Assistenza Fiscale (CAF) o altri soggetti abilitati individuati con decreto ministeriale.
I CAF e i soggetti abilitati sono rimborsati dallo Stato mediante apposito fondo istituito presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Art. 5 – Neutralità finanziaria e incremento del gettito
Le misure previste dalla presente legge non comportano perdita di gettito per lo Stato, in quanto i soggetti beneficiari, in assenza delle attività incentivate, non produrrebbero reddito imponibile.
Il gettito fiscale e contributivo generato dalla parte di reddito eccedente la soglia di cui all’articolo 3, comma 3, costituisce entrata aggiuntiva rispetto alla situazione di inattività.
Le attività avviate ai sensi della presente legge contribuiscono all’aumento del Prodotto Interno Lordo (PIL) attraverso la creazione di nuova micro‑imprenditorialità, l’attivazione di consumi e la valorizzazione di competenze altrimenti inattive.