È un paradosso tutto italiano: mentre si moltiplicano le strategie per “proteggere” i ragazzi da ogni difficoltà, il mercato del lavoro globale si muove nella direzione opposta. Lo ha ricordato più volte l’OCSE, sottolineando come l’Italia sia tra i Paesi con il più alto tasso di “genitorialità iperprotettiva” e, allo stesso tempo, tra quelli con le competenze scolastiche più basse in Europa. Non è un caso: dove si attenua la responsabilità, si indebolisce la crescita.
Gli insegnanti lo vedono ogni giorno. Ragazzi intelligenti, capaci, ma spesso privati della possibilità di diventare forti. Perché ogni insufficienza viene trattata come un’ingiustizia, ogni nota come un affronto, ogni richiamo come un abuso. E così la scuola, invece di essere un luogo dove si impara a stare nel mondo, diventa un ring dove si combatte per un voto, non per una competenza. “La scuola non può essere un supermercato del successo”, ha ricordato il pedagogista Daniele Novara, uno dei più autorevoli studiosi italiani del rapporto tra famiglia e educazione. Eppure è esattamente ciò che molti pretendono: quasi un servizio a pagamento, non un’istituzione formativa.
Intanto, fuori dai nostri confini, la musica è diversa. Giovani indiani, cinesi, coreani, vietnamiti – ma anche polacchi, cechi, baltici, magrebini – crescono con un’idea molto chiara: il futuro si conquista, non si chiede e non lo si pretende barando. Lo confermano i dati PISA, che da anni mostrano come gli studenti delle economie emergenti superino quelli italiani in matematica, scienze, comprensione del testo. Non perché siano “più intelligenti”, ma perché sono più allenati alla fatica, più abituati alla disciplina, più consapevoli che il mondo non regala nulla.
E allora la domanda è inevitabile: cosa accadrà quando i nostri ragazzi, cresciuti nella bambagia, dovranno competere con coetanei che hanno passato anni a costruire competenze solide? Lo ha detto senza giri di parole Andreas Schleicher, direttore del programma PISA: “Il problema dell’Italia non è la mancanza di talento, ma la mancanza di aspettative”. Aspettative che spesso non sono basse negli studenti, ma negli adulti che li circondano.
In questo quadro, gli insegnanti diventano bersagli. Non più figure autorevoli, ma ostacoli da aggirare. Non più maestri, ma “sfigati” – come qualcuno li definisce con leggerezza – che hanno la colpa di ricordare che il sapere richiede impegno. Eppure sono proprio loro, gli insegnanti, a rappresentare l’ultimo argine contro una deriva culturale che rischia di lasciare i nostri giovani disarmati davanti alla realtà.
La verità è semplice e scomoda: proteggere troppo significa danneggiare. Un ragazzo che non ha mai affrontato una sconfitta non saprà affrontare la vita. Un ragazzo a cui si spiana ogni strada non imparerà mai a camminare da solo. Un ragazzo a cui si regala un voto non capirà mai il valore del merito.
E allora forse è il momento di dirlo con chiarezza: non servono voti più alti, servono figli più forti. Non servono insegnanti più “accomodanti”, servono famiglie più coraggiose. Non serve una scuola che eviti le difficoltà, ma una scuola che insegni ad affrontarle.
Perché il mondo là fuori non aspetta. E non fa sconti.
(Prof. Andrea Canonico)

