L’altra faccia dei giovani: non solo NEET, ma anche una generazione di Eet che reagisce e si rimbocca le maniche

C’è un’Italia che non si vede, che non alza la voce e non reclama attenzione, ma che ogni giorno dimostra che il futuro non è un destino da subire, bensì un territorio da costruire. È l’Italia dei giovani che non si arrendono, che non si lasciano definire dalle difficoltà, che non si riconoscono nella narrazione rassegnata dei Neet e che, invece, scelgono di mettersi in gioco. Sono gli Eet, acronimo di employed, educated and trained, ragazzi tra i 15 e i 29 anni che studiano, lavorano, si formano, avviano imprese e, in molti casi, creano opportunità anche per gli altri. Secondo l’analisi Censis–Confcooperative, sono 144mila, un numero che non rappresenta un’eccezione virtuosa, ma un fenomeno strutturale che merita di essere raccontato con la stessa forza con cui si raccontano le criticità.

Questi giovani non vivono in un Paese semplice. Si muovono tra un mercato del lavoro spesso rigido, un sistema formativo che fatica a tenere il passo con l’innovazione e un contesto economico che negli ultimi anni ha attraversato crisi profonde. Eppure, invece di fermarsi, hanno scelto di creare il lavoro che non c’è, trasformando idee in attività concrete e dimostrando che l’intraprendenza può diventare una risposta credibile alle difficoltà. I dati parlano chiaro: tra il 2017 e il 2024 le imprese giovanili sono cresciute in modo significativo nei settori più dinamici. Le attività legate alla pubblicità e alle ricerche di mercato sono aumentate del 228,7%, quelle di direzione aziendale e consulenza gestionale del 206,4%, la produzione cinematografica, televisiva e musicale del 65,9%, la produzione di software e la consulenza informatica del 52,4%, i servizi postali e di corriere del 44%, il leasing operativo e il noleggio del 35,5%. Sono numeri che testimoniano una cosa semplice e potente: dove l’economia cambia, i giovani ci sono, e spesso arrivano prima degli altri.

Il demografo Alessandro Rosina, coordinatore scientifico del Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo, descrive questa generazione con un’immagine che coglie l’essenza del loro approccio: non sono ragazzi che ascoltano la teoria e poi la applicano; sono giovani che hanno bisogno di un riscontro continuo, di sperimentare, di sbagliare, di tornare a imparare e di fare meglio. Vivono in un circuito virtuoso fatto di imparare, fare, imparare meglio, fare meglio, un ciclo che alimenta la fiducia in sé e la motivazione. È un modo di stare nel mondo che non si limita a cercare un posto da occupare, ma che punta a sviluppare una competenza da esercitare, una capacità di adattarsi e di creare valore in un contesto in continua trasformazione.

Questa dinamica si inserisce in un quadro più ampio, quello di una economia delle competenze che richiede capitale umano qualificato, flessibile, capace di aggiornarsi. Le imprese, anche quelle più tradizionali, chiedono creatività, competenze digitali, problem solving, capacità di lavorare in team e di affrontare l’incertezza. Gli Eet rispondono a questa domanda non perché siano “speciali”, ma perché sono cresciuti in un mondo che non permette alternative: chi non si aggiorna resta indietro. E mentre una parte del dibattito pubblico continua a concentrarsi sulla fuga all’estero, sulla disillusione e sulla precarietà, i dati mostrano segnali di cambiamento che meritano attenzione. I Neet, pur ancora numerosi, sono diminuiti del 28% rispetto al 2019, scendendo a 1,4 milioni. Gli occupati under 30 hanno superato nuovamente i 3 milioni, con un incremento di 206mila rispetto al periodo pre-pandemico. Non sono numeri che autorizzano trionfalismi, ma sono numeri che smontano l’idea di una generazione immobile.

Tuttavia, l’intraprendenza individuale non basta. Rosina lo sottolinea con chiarezza: senza un ecosistema favorevole, anche il talento più brillante rischia di spegnersi. Perché un’impresa giovane cresca servono fiducia, accesso al credito, semplificazione burocratica, competenze amministrative e gestionali, e soprattutto modelli organizzativi più umani, capaci di valorizzare il capitale umano giovane. Per molti ragazzi il lavoro non è solo reddito, ma parte integrante della vita, un luogo in cui devono coesistere benessere, crescita personale e contributo alla società. Se queste condizioni non vengono garantite, il rischio è che l’energia degli Eet rimanga confinata in iniziative isolate, senza trasformarsi in un motore collettivo di sviluppo.

Ed è proprio qui che i 144mila giovani imprenditori diventano più di una statistica. Non sono un simbolo da celebrare né un modello da mitizzare. Sono una infrastruttura sociale ed economica, un pezzo di generazione che ha già capito che il lavoro non è un premio da ottenere, ma una responsabilità da esercitare. Sono il ponte tra competenza e realtà, tra studio e mestiere, tra idea e mercato. Sono la dimostrazione che la narrazione sulla gioventù italiana deve cambiare: non più una generazione fragile e disillusa, ma una generazione che piega la realtà con il proprio impegno, che non si lascia ridurre a categoria sociologica, che non aspetta che qualcuno apra una porta, ma costruisce la propria strada.

In un Paese che spesso racconta i giovani come un problema, gli Eet mostrano che possono essere una parte importante della soluzione. Non perché tutto sia facile, ma perché non si arrendono. Perché ci provano. E, in molti casi, ci riescono. Sono la prova che il futuro non è qualcosa che accade, ma qualcosa che si fa. E che quando l’Italia investe davvero sui suoi giovani, non perde mai.