Fine delle illusioni: il Nuovo Ordine Mondiale in realtà quello di sempre; decide chi è più forte, più armato, più ricco o più colluso.

C’è un momento, nella vita di ogni adulto, in cui si accetta che Babbo Natale non esiste. E poi ce n’è un altro, più tardi, in cui si accetta che neppure il “diritto internazionale” esiste davvero. O meglio: esiste, ma solo finché non disturba il diritto del più forte, che è poi il vero sovrano del mondo da millenni. Negli ultimi anni questa verità, che la storia ripete con la costanza di un metronomo, è tornata a farsi sentire con la delicatezza di un pugno sul tavolo. E noi, che ci eravamo convinti di vivere in un’epoca di regole condivise, ci ritroviamo a osservare la scena con l’espressione di chi scopre che il vicino di casa, quello sempre gentile, in realtà gestisce un traffico di iguane illegali.

L’attacco all’Ucraina ha tolto ogni residuo velo di ipocrisia: quando un Paese abbastanza armato decide di prendersi qualcosa, lo fa. Punto. E non è che altrove la musica cambi. Il Venezuela è diventato un ring dove si incrociano interessi energetici, rivalità ideologiche e la solita domanda su chi controlli il petrolio. L’Iran vive in un equilibrio perenne tra pressioni esterne e tensioni interne, mentre nel Golfo si ridisegnano alleanze come fossero tavoli di un ristorante in alta stagione. Tutti parlano di “stabilità”, “sicurezza”, “preoccupazioni strategiche”, ma la realtà è molto più semplice: vince chi ha più soldi, più armi, più collusioni o più ricatti da spendere.

E non è nemmeno proibito sospettare che, dietro certe posture muscolari, si nascondano esigenze domestiche. Ogni tanto serve un nemico esterno per coprire qualche imbarazzo interno, che sia uno scandalo scomodo come quello di Epstein o la necessità di mantenere in piedi regimi che senza tensioni internazionali crollerebbero come castelli di carte. La geopolitica, in fondo, è sempre stata anche un ottimo tappeto sotto cui spingere la polvere. Solo che oggi il tappeto è globale e la polvere è radioattiva.

Poi ci sono i dazi, che sono la versione economica del “non ti invito alla mia festa”, e le minacce cicliche a Cuba, che tornano di moda come una camicia hawaiana. Persino l’idea di comprare la Groenlandia — surreale ma non troppo — rientra perfettamente nella logica del potere applicata senza più pudore. Il mondo non è un’aula universitaria dove si discute di principi: è un mercato rionale dove chi urla più forte ottiene lo sconto.

In tutto questo, la meritocrazia rimane la parola magica che piace a tutti ma che nessuno applica davvero. Nelle relazioni internazionali, come nella vita quotidiana, non vince il più competente: vince il più raccomandato, il più colluso, il più armato o il più ricco. Se gli Stati fossero studenti, sarebbe una classe dove chi studia prende 6, chi copia prende 8, chi minaccia il professore prende 10 e chi è figlio del preside prende 10 e lode.

La verità è che non siamo entrati in una nuova era geopolitica: abbiamo solo smesso di fingere che la vecchia fosse cambiata. Il mondo continua a funzionare come ha sempre funzionato: con la forza, con l’interesse, con l’opportunismo, con la paura. La differenza è che oggi lo vediamo in diretta, con notifiche push e commenti indignati sotto i post.

Non serve diventare cinici, serve diventare adulti. Accettare che la geopolitica non è un concorso di buone intenzioni, ma una competizione permanente dove i giocatori cambiano, ma le regole — quelle vere — restano sempre le stesse. E allora tanto vale guardarla con lucidità… e con un sorriso amaro. Perché se non possiamo cambiarla subito, almeno possiamo smettere di raccontarci che sia diversa da ciò che è.


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