
A quarant’anni dall’introduzione dei Piani per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche, previsti dalla Legge 41 del 1986, il tema dell’accessibilità torna con forza al centro del dibattito pubblico. A rilanciarlo è il senatore Orfeo Mazzella, che ha condiviso il recente appello del Garante dei diritti delle persone con disabilità della Regione Campania, l’avvocato Paolo Colombo. Secondo le stime riportate dal Garante e riprese dal senatore, solo il 15% dei Comuni italiani avrebbe adottato un PEBA effettivo, un dato che, se confermato, descriverebbe un ritardo strutturale che incide direttamente sulla vita quotidiana di milioni di cittadini.
Mazzella sottolinea come l’assenza dei PEBA (Piani per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche) non rappresenti una semplice mancanza amministrativa, ma, secondo la giurisprudenza, una possibile lesione dei diritti fondamentali, perché l’accessibilità non è un servizio accessorio ma una condizione necessaria per garantire pari dignità e pari opportunità. La possibilità di muoversi, studiare, lavorare e accedere ai servizi pubblici in autonomia è infatti parte integrante dei diritti costituzionali. Quando questi diritti non sono garantiti, la discriminazione non è teorica: è quotidiana. Il senatore evidenzia inoltre che gli enti locali si trovano ad affrontare queste sfide con risorse spesso insufficienti. In Campania, alcuni segnali positivi emergono: Salerno risulta già dotata del piano, Avellino ha avviato il percorso e Benevento sarebbe in fase di adozione. Tuttavia, la vera criticità riguarda la realizzazione concreta degli interventi, che richiede fondi, programmazione e continuità amministrativa. Secondo Mazzella, senza un sostegno economico strutturale da parte dello Stato, i Comuni non avrebbero la possibilità di intervenire in modo sistematico su edifici pubblici, marciapiedi, scuole, uffici e infrastrutture.
Il senatore afferma che l’esecutivo dovrebbe fare di più per sostenere gli enti locali, e che non sarebbe sufficiente attribuire responsabilità a Regioni e Comuni senza fornire loro gli strumenti necessari. La sua posizione è chiara: occorre un intervento nazionale coordinato, capace di garantire risorse adeguate e un’applicazione uniforme della normativa, affinché l’accessibilità non resti un principio astratto ma un diritto realmente esigibile.

Il dibattito si è acceso anche sui social, dove numerosi cittadini hanno raccontato episodi e difficoltà quotidiane. Alcuni utenti parlano di una diffusione capillare delle barriere architettoniche, dai negozi agli uffici pubblici, fino ai cimiteri. Altri sottolineano come le barriere più difficili da abbattere siano quelle culturali, legate a una scarsa sensibilità verso le fragilità. C’è chi denuncia una “cultura del disprezzo” verso le fasce più deboli e chi ritiene che la politica non dedichi sufficiente attenzione al tema. Le testimonianze raccolte descrivono un Paese in cui l’accessibilità non è ancora percepita come un valore collettivo, ma come un problema di pochi.
Un episodio raccontato da un cittadino riguarda il cimitero di Torre Annunziata, dove una persona in carrozzina avrebbe dovuto chiedere ai presenti di sollevarla per superare una rampa di scale e raggiungere i propri cari defunti. Un caso che, al di là del singolo fatto, evidenzia quanto l’accessibilità resti un tema ancora irrisolto in molte realtà locali. Altri commenti parlano di esercizi commerciali completamente inaccessibili, di uffici pubblici privi di rampe o ascensori, di marciapiedi dissestati e di una generale mancanza di attenzione verso chi ha difficoltà motorie.
Il quadro che emerge è quello di un’Italia che procede a velocità diverse: territori che si stanno adeguando e altri che restano indietro, con conseguenze dirette sulla qualità della vita delle persone con disabilità. Per questo, Mazzella ribadisce la necessità di un intervento nazionale che non lasci soli gli enti locali e che riconosca l’accessibilità come una priorità di civiltà. L’abbattimento delle barriere architettoniche, come ricordano anche molti cittadini nei commenti, è infatti un indicatore della capacità di una società di rispettare le fragilità e di garantire pari diritti a tutti.
In definitiva, il tema non riguarda soltanto l’adeguamento delle infrastrutture, ma anche la cultura civica e la visione politica del Paese. A quarant’anni dalla legge che avrebbe dovuto cambiare tutto, l’Italia si trova ancora a discutere dell’ovvio: garantire a tutti la possibilità di vivere e muoversi senza essere esclusi dagli spazi pubblici. È una sfida che richiede risorse, programmazione e soprattutto consapevolezza che l’accessibilità non è un favore, ma un diritto.
(Prof. Andrea Canonico)

