L’IA ci sta rendendo meno intelligenti (e, di conseguenza, più “manovrabrili”)? Il nuovo studio del MIT che fa discutere

Negli ultimi anni abbiamo imparato a convivere con un paradosso affascinante: più la tecnologia diventa intelligente, più rischiamo di usarne l’intelligenza al posto della nostra. L’intelligenza artificiale generativa, capace di produrre testi, idee e soluzioni in pochi secondi, sta trasformando il modo in cui affrontiamo i compiti quotidiani. Non si tratta più solo di cercare informazioni online, come accadeva con i motori di ricerca, ma di delegare interi processi mentali a un sistema esterno. È un gesto comodo, quasi naturale, che però potrebbe avere un prezzo nascosto.

Gli scienziati chiamano questo fenomeno delegazione cognitiva: un trasferimento silenzioso di funzioni mentali verso strumenti digitali sempre più sofisticati. Se un tempo ci preoccupavamo dell’“effetto Google”, oggi l’attenzione si sposta su qualcosa di più profondo: non stiamo solo dimenticando informazioni, stiamo riducendo l’attività stessa del pensiero quando lasciamo che sia l’IA a fare il lavoro per noi.

A sollevare il tema è stata Nataliya Kosmyna, ricercatrice del MIT Media Lab, che ha iniziato a notare segnali inquietanti nella vita accademica di tutti i giorni. Lettere di presentazione sorprendentemente simili tra loro, studenti che ricordavano meno del solito, elaborati che sembravano prodotti in serie. Indizi che l’hanno spinta a chiedersi se l’uso crescente dei chatbot stesse modificando il modo in cui il cervello affronta i compiti cognitivi più comuni.

Per capirlo, ha coinvolto un gruppo di giovani adulti in un esperimento semplice ma rivelatore. A tutti è stato chiesto di scrivere un breve saggio, ma con condizioni diverse: alcuni dovevano affidarsi solo alle proprie capacità, altri potevano usare un motore di ricerca, altri ancora un modello linguistico avanzato. Nel frattempo, un elettroencefalogramma registrava l’attività cerebrale durante il processo di scrittura.

I risultati hanno mostrato una tendenza netta: chi lavorava senza aiuti digitali attivava il cervello molto più intensamente, mentre chi utilizzava un LLM mostrava un coinvolgimento cerebrale drasticamente inferiore, in alcuni casi ridotto della metà. Non solo. I partecipanti che avevano delegato il compito all’IA ricordavano meno ciò che avevano scritto e faticavano a percepire l’elaborato come frutto del proprio pensiero.

La parte più sorprendente è emersa mesi dopo, quando i gruppi hanno invertito le condizioni. Chi aveva usato l’IA nella prima fase mostrava una minore attivazione delle aree cerebrali legate alla creatività e all’elaborazione delle informazioni, come se il cervello si fosse abituato a “risparmiare energia” quando un assistente digitale era disponibile.

Questi dati non vogliono demonizzare l’intelligenza artificiale. Nessuno studio serio sostiene che usarla sia dannoso di per sé. Ma indicano un punto cruciale: ogni volta che smettiamo di esercitare una funzione cognitiva, quella funzione tende a indebolirsi. E se la delegazione cognitiva diventa un’abitudine quotidiana, il rischio è che il cervello inizi a lavorare meno anche quando dovrebbe farlo.

Il problema diventa ancora più delicato quando si parla dei più giovani, che stanno costruendo ora le basi delle proprie capacità cognitive. Alcune ricerche recenti, come quelle della Drexel University, avvertono che l’uso intensivo dei chatbot di compagnia potrebbe favorire forme di dipendenza comportamentale, con dinamiche simili a quelle osservate nelle dipendenze digitali.

La delegazione cognitiva, dunque, non è un nemico da combattere, ma un fenomeno da comprendere. L’IA può ampliare le nostre possibilità, ma non può sostituire la complessità del pensiero umano. La sfida dei prossimi anni sarà imparare a usarla come strumento, non come stampella, mantenendo vivo quel dialogo interiore che ci rende creativi, critici e profondamente umani.