C’è un momento in cui la commedia degli Stati diventa tragedia e la maschera cade con un piccolo, sardonico inchino. Gli USA — non più mediatori universali ma manager spietati di spazi e risorse — sembrano aver scelto la logica dell’USA e getta. Più in generale, tutta la nuova geopolitica mondiale ha assunto i caratteri di un “darwinismo sociale” i cui “adepti” dei primi decenni del secolo scorso funestarono l’Europa. La “cazzimma” è stata elevata a principio ispiratore della diplomazia e della geopolitica attuale, e la legge del più forte (o del meglio armato) ha preso il sopravvento sui sogni di globalizzazione etica e collaborazione. Insomma, nei palazzi del potere sembra riecheggiare la famosa frase del Marchese del Grillo: “Io so’ io e voi non siete un cazzo!“. È un ritorno alle regole primitive: chi può, prende; chi non può, si arrangia.
In questo teatro, la retorica diventa spettacolo e lo spettacolo diventa politica. Mosse improvvise, annunci clamorosi (talora sconfinanti nell’aggiotaggio), gesti plateali: tutto concorre a creare un senso di inevitabilità, a imporre fatti compiuti prima che la comunità internazionale abbia il tempo di reagire. È una strategia che somiglia a chi, in una partita a scacchi, preferisce spostare il re in mezzo alla scacchiera per confondere l’avversario: spettacolare, destabilizzante, e spesso efficace. Chi osserva da fuori resta stordito, come chi assiste a un numero di illusionismo e non sa se applaudire o chiamare la polizia o il 118 o la squadra narcotici.
Insomma la realpolitik ha ormai assunto connotati “stupefacenti”: alcuni protagonisti si comportano come se fossero sotto l’effetto di una narrazione – diciamo così – che giustifica l’imprevedibilità. Non è un’accusa di incapacità mentale, è la constatazione che l’azione pubblica assume toni da performance, dove l’improvvisazione sostituisce la strategia e la sorpresa diventa strumento di potere. Il risultato è un mondo dove la prevedibilità delle regole è sostituita dall’arbitrarietà delle decisioni. Di nuovo: “Io so’ io e voi non siete un cazzo!“
E l’Europa? Custode di democrazia ed etica, oggi appare come un palcoscenico senza regia. Non è che manchino idee o valori; è che mancano figure capaci di trasformare quei valori in leva geopolitica. La retorica dei diritti, la difesa delle istituzioni, la celebrazione della legge: tutto suona nobile, ma spesso non basta quando il gioco si fa duro e le pedine si muovono con pragmatismo spietato. L’Europa rischia di restare spettatrice – e vittima – di un ridisegno delle sfere d’influenza che la riguarda in prima persona, incapace di proporre una strategia coerente e credibile.
Il nuovo ordine mondiale somiglia sempre più a una spartizione per aree d’influenza: non più solo alleanze formali, ma zone di fatto dove si decide chi può fare cosa, con chi e a quale prezzo. È un processo lento e frammentato, ma inesorabile: infrastrutture, investimenti, tecnologie, accesso alle risorse naturali diventano strumenti di controllo. Le istituzioni multilaterali, quando non vengono piegate, vengono aggirate; la diplomazia tradizionale è costretta a inseguire realtà già consolidate sul terreno.
Tuttavia, non tutto è perduto e non tutto è così lineare come una mappa divisa in colori netti. La complessità del mondo contemporaneo offre ancora spazi di manovra per chi sa combinare valori e potere: costruire coalizioni basate su interessi condivisi, investire in autonomia tecnologica, rafforzare la resilienza economica e culturale. Ma queste sono scelte che richiedono coraggio politico, visione a lungo termine e, soprattutto, la capacità di parlare con chiarezza senza rinunciare all’astuzia.
Il rischio più grande è che la retorica democratica si trasformi in nostalgia: belle parole che non producono effetti concreti. Difendere la democrazia oggi significa anche saperla tradurre in strumenti di influenza; significa non limitarsi a condannare, ma costruire alternative praticabili. Altrimenti la democrazia resterà un museo di principi, ammirato ma incapace di difendersi.
Infine, un’osservazione di stile: la geopolitica contemporanea ha preso a somigliare eccessivamente a un film grottesco, dove gli “stupefacenti” protagonisti recitano parti scritte da sceneggiatori (e, forse, anche da scenari calcolati da qualche intelligenza artificiale) che amano il colpo di scena. Se vogliamo che la storia non diventi una farsa, serve una scrittura diversa — meno enfasi sul gesto e più cura per la trama. Serve chi sappia trasformare la lucidità morale in strategia concreta, chi sappia usare l’ironia non per deridere ma per smascherare, chi sappia infine mettere la parola “interesse” al servizio di un progetto collettivo e non come scusa per la spartizione, mettendo definitivamente da parte i deliri di onnipotenza.

