Avellino, allarme “giovani inattivi”: i numeri, le cause psicologiche e la fragilità del sistema che li espone al blocco sociale

La realtà giovanile campana restituisce un’immagine complessa, dove una parte significativa dei ragazzi tra i 15 e i 34 anni vive in una sorta di sospensione sociale. In Irpinia, questa condizione riguarda 16.800 giovani, un dato che si inserisce in un quadro regionale segnato da numeri molto più ampi: Napoli supera i 125.000, Salerno oltrepassa i 44.000, Caserta si avvicina ai 38.000, mentre Benevento si ferma a circa 11.000. La Campania, con un’incidenza del 24,9%, rimane tra le regioni italiane più esposte a questo fenomeno.

La definizione di NEET (Not in Education, Employment or Training), nata alla fine degli anni Novanta, descrive una condizione che va ben oltre l’assenza di studio o lavoro. È una categoria che racchiude vite in transizione, spesso segnate da una difficoltà nel trovare un ruolo riconosciuto all’interno della comunità. L’inattività prolungata non è solo una situazione materiale: diventa un’esperienza psicologica che può generare smarrimento, perdita di direzione, e una progressiva erosione della fiducia nelle proprie capacità.

Le ricerche psicologiche mostrano che quando un giovane rimane a lungo fuori da contesti formativi o professionali, tende a sviluppare bassa autoefficacia, cioè la convinzione di non essere in grado di influire sul proprio destino. Questo stato mentale può trasformarsi in evitamento, una strategia difensiva che porta a sottrarsi alle situazioni percepite come valutative o potenzialmente frustranti. Alcuni studi parlano di learned helplessness, una forma di rassegnazione appresa che nasce dall’esperienza ripetuta di insuccessi o mancanza di opportunità.

A tutto ciò si aggiungono fattori strutturali che amplificano il disagio: offerte di lavoro poco qualificate, territori e usanze (anche socio-politiche) segnati da disuguaglianze, scarsità di opportunità, e un orientamento scolastico che spesso non riesce a fornire strumenti concreti per leggere il mondo del lavoro. In questo contesto, molti giovani sviluppano identità fragili, difficoltà relazionali e una percezione di inadeguatezza che li spinge verso forme di isolamento.

Il sistema educativo italiano contribuisce a questa fragilità: con un investimento pari al 3,9% del PIL, tra i più bassi in Europa, la scuola fatica a essere un luogo di partecipazione reale. Spesso reso ancora meno efficace dalle intemperanze e dalla iperprotettività dei genitori. Meno della metà degli studenti dichiara di sentirsi coinvolta nella vita scolastica, e solo una minoranza percepisce la scuola come uno spazio dove la propria voce ha peso. Una scuola che non riesce a generare appartenenza rischia di diventare un ambiente che non trattiene e non orienta. Tuttavia, è sbagliato attribuire tutte le colpe alla scuola, poiché l’apprendimento odierno è non solo formale, ma anche e soprattutto informale e non formale. Ed è la politica (sempre più spettacolarizzata, autoreferenziale e talora collusa) la prima responsabile dell’andamento di una Nazione.

Per rispondere a questa complessità, le Istituzioni stanno cercando di costruire interventi più articolati. Il piano NEET Working punta a creare reti territoriali capaci di offrire percorsi personalizzati, adattati alle diverse biografie dei giovani. L’idea è quella di sviluppare spazi comunitari, luoghi dove i ragazzi possano sperimentare attività formative, ricevere orientamento, costruire un bilancio delle competenze e ritrovare un senso di direzione. Accanto a questo, strumenti come Garanzia Giovani, gli Sportelli Giovani nei Centri per l’Impiego, e piattaforme digitali come GIOVANI2030 cercano di rendere più accessibili le opportunità esistenti.

Ma nessuna strategia può funzionare davvero se non si interviene anche sulla dimensione emotiva. Molti giovani NEET vivono una paura silenziosa, una sorta di blocco che impedisce di immaginare un futuro possibile. Recuperare fiducia in sé stessi non è un dettaglio: è la condizione necessaria per riattivarsi, per tornare a percepire il mondo come uno spazio dove è possibile agire e non solo subire.

In definitiva, il fenomeno dei NEET non è solo un indicatore economico: è uno specchio della salute psicologica e sociale di un territorio. Affrontarlo significa riconoscere che i giovani non hanno bisogno solo di opportunità, ma anche di sentirsi parte di una comunità che li considera una preziosa risorsa e non un problema.


ARTICOLI CORRELATI