La conferenza di Bruxelles del 1° ottobre sulla difesa dell’Europa e sulle nuove sfide della politica estera ha riportato al centro del dibattito una questione che non può più essere rinviata. L’Europa può continuare a parlare di autonomia strategica senza costruire una reale capacità comune di decidere, oppure deve finalmente trasformare le tante dichiarazioni degli ultimi anni in una strategia concreta?
La proposta elaborata dal Laboratorio Europa dell’Eurispes insieme alla rete europea ELEC, con il richiamo al metodo Delors e all’ipotesi di un nuovo Comitato europeo per la difesa, contiene un elemento sul quale vale la pena riflettere. Il problema dell’Europa non è soltanto quanto spendere per la sicurezza, ma soprattutto come spendere, come coordinare gli investimenti e, prima ancora, come costruire una visione comune.
Ventisette Paesi che programmano separatamente grandi investimenti nella difesa rischiano di produrre frammentazione, duplicazioni e sistemi non sempre integrati. Una vera politica europea della difesa dovrebbe invece favorire standard comuni, ricerca, innovazione, capacità industriali condivise e acquisti coordinati. In altre parole, non soltanto più risorse, ma maggiore capacità di trasformare quelle risorse in una strategia europea.
Ed è proprio qui che la questione della difesa incontra quella dell’economia reale.
L’Europa dispone di competenze industriali, tecnologiche e scientifiche di grande valore. Dentro questo patrimonio ci sono anche migliaia di piccole e medie imprese che rappresentano una parte essenziale della capacità produttiva europea. La nuova stagione degli investimenti nella sicurezza e nella tecnologia non dovrebbe quindi trasformarsi in un processo riservato esclusivamente ai grandi gruppi industriali. Dovrebbe creare condizioni affinché anche le PMI possano partecipare alle filiere, alla ricerca, all’innovazione e ai nuovi programmi europei.
Per l’Italia questa è una sfida particolarmente importante. Il nostro Paese possiede competenze industriali e tecnologiche che possono trovare nuove opportunità all’interno di una strategia europea più integrata. Ma per coglierle occorrono programmazione, aggregazione, informazione e capacità di accompagnare le imprese verso i grandi programmi internazionali.
La sicurezza, dunque, non è soltanto una questione militare. È anche industria, energia, tecnologia, infrastrutture, cybersicurezza, ricerca, formazione e capacità di proteggere le nostre catene produttive. E, soprattutto, è capacità politica di scegliere.
L’autonomia strategica europea non dovrebbe essere interpretata come chiusura verso il mondo o come alternativa alle alleanze internazionali. Dovrebbe significare, piuttosto, avere la capacità di decidere quando gli interessi dell’Europa lo richiedono e disporre degli strumenti industriali, tecnologici, economici e diplomatici per sostenere quelle decisioni.
È questa, probabilmente, la domanda più importante che arriva oggi da Bruxelles. L’Europa vuole semplicemente spendere di più per difendersi oppure vuole finalmente costruire una capacità comune di agire?
La differenza è enorme. Nel primo caso avremmo 27 Paesi che aumentano le proprie spese. Nel secondo potremmo avere un’Europa più capace di programmare, produrre, innovare e negoziare.
E in questa trasformazione le imprese non possono essere spettatrici. L’Europa che vuole rafforzare la propria sicurezza deve anche rafforzare il proprio sistema produttivo. Perché senza industria, senza tecnologia, senza ricerca e senza imprese competitive, anche l’autonomia strategica rischia di rimanere soltanto una dichiarazione di principio.
L’Europa deve imparare a difendersi. Ma, prima ancora, deve imparare a decidere insieme.

