Due tragedie avvenute a poche ore di distanza – un tredicenne che si è tolto la vita lasciando scritto “sono stanco della scuola” e una giovane di ventitré anni morta il giorno della sua presunta laurea, dopo aver di fatto abbandonato gli studi – hanno colpito l’opinione pubblica con una forza che lascia senza fiato. Due storie lontane per età e percorso, ma unite da un dolore che non nasce all’improvviso e che non può essere spiegato riducendo tutto alla scuola. È una tentazione comprensibile, quasi istintiva: cercare un colpevole immediato, un luogo preciso in cui collocare la responsabilità.
Ma attribuire alla scuola la causa principale di questi drammi non solo è ingiusto, è anche fuorviante, perché impedisce di vedere ciò che realmente sta accadendo nella vita dei ragazzi e distoglie l’attenzione dalle cause vere, ostacolando la risoluzione del problema.
La scuola non è più dura della vita che li attende; semmai è uno degli ultimi spazi in cui possono ancora sperimentare difficoltà protette, errori che non segnano per sempre, conflitti che si possono elaborare. Il vero nodo non è la scuola, ma ciò che i ragazzi portano con sé quando varcano la soglia dell’aula: aspettative irrealistiche, paura di deludere, solitudine emotiva, confronto costante con modelli di perfezione che nessuno può raggiungere.
Negli ultimi vent’anni, studi dell’American Psychological Association e dell’Università di Harvard hanno documentato un cambiamento profondo nella qualità del dialogo genitori‑figli. Le famiglie, sempre più frammentate o assorbite da ritmi di lavoro serrati, hanno meno tempo per ascoltare davvero. Non è una colpa, è una trasformazione sociale: meno pasti condivisi, meno conversazioni quotidiane, meno presenza emotiva. Eppure proprio il dialogo familiare è uno dei fattori più protettivi contro ansia, depressione e comportamenti autolesivi. Quando questo dialogo si indebolisce, i ragazzi restano soli con le proprie paure, e ciò che un tempo veniva elaborato in famiglia oggi rimane chiuso dentro.
A questo si aggiunge un altro elemento, ormai ampiamente documentato: l’impatto dei social network sulla percezione di sé. Ricerche dell’Università di Stanford e della Royal Society for Public Health mostrano che i social offrono una rappresentazione selettiva e idealizzata della vita: successi, sorrisi, traguardi. È un mondo dove nessuno fallisce mai. Gli adolescenti, che stanno costruendo la propria identità, finiscono per confrontarsi con un ideale irraggiungibile.
Il risultato è un senso di inadeguatezza costante, che non nasce a scuola ma si riversa su di essa, perché la scuola è l’unico luogo in cui la realtà – fatta di limiti, fatica e valutazioni – non può essere filtrata.
Quando un ragazzo dice “odio la scuola”, spesso sta dicendo altro: “non mi sento all’altezza”, “ho paura di deludere”, “non so con chi parlarne”. Le statistiche dell’OMS e dell’Istituto Superiore di Sanità mostrano un aumento significativo dello stress percepito tra gli studenti, ma questi dati non indicano che la scuola sia diventata più crudele: indicano che i ragazzi arrivano a scuola già sovraccarichi, già convinti che ogni errore sia una catastrofe. E questa convinzione non nasce tra i banchi.
Lo stesso meccanismo emerge all’università. Il fenomeno delle “lauree fantasma”, documentato da indagini come quelle di Skuola.net, non è un capriccio né un inganno calcolato: è il risultato di una pressione interna devastante. Gli psicologi che seguono gli studenti universitari parlano di coping evitante, un meccanismo ben noto nella letteratura scientifica: quando il fallimento è percepito come intollerabile, si evita la realtà, si costruiscono bugie per sopravvivere, si scivola nella solitudine. Non è la scuola a generare la menzogna: è la paura di non essere abbastanza.
In questo contesto, la scuola e l’università diventano spesso il luogo in cui il disagio esplode, ma non quello in cui nasce. Il problema è culturale, sociale, familiare, non scolastico. Se un ragazzo non ha mai imparato che sbagliare è parte della crescita, come potrà affrontare un fallimento lavorativo, una crisi economica, una delusione sentimentale? Se oggi crolla davanti a un’interrogazione, cosa accadrà domani quando la vita gli presenterà difficoltà ben più dure?
La scuola può migliorare, certo: più ascolto, più supporto psicologico, più attenzione al benessere. Ma non può sostituirsi alla famiglia, né può competere con la potenza distorta dei social. Continuare a puntare il dito contro la scuola significa guardare dalla parte sbagliata, mentre una generazione intera cresce con un’immagine di sé fragile, costruita su aspettative irrealistiche e su un confronto continuo con vite che non esistono.
Finché non affronteremo questo nodo, continueremo a perdere ragazzi che non hanno trovato nessuno disposto ad ascoltare il loro silenzio. E continueremo a cercare colpevoli dove non sono.
Se hai pensieri suicidi o conosci qualcuno che sta male, chiama il Telefono Amico (199 284 284) o il Servizio per la Prevenzione del Suicidio (02 2327 2327). Non restare solo.

