«Buongiorno a tutti.»
È un saluto semplice, ma ha il potere di rimettere in ordine le cose. Loro si alzano in piedi, qualcuno con entusiasmo, qualcuno con la lentezza di chi ha ancora un piede nel sonno. Qualcuno sbuffa, qualcuno sorride. Io li guardo e penso che, in fondo, sgranchirsi un po’ non fa male a nessuno, nemmeno a me quando, poco dopo, entrerà un collega e sarò anche io ad alzarmi insieme a loro. È un piccolo rito, un inchino alla presenza dell’altro, un modo per dire: “Ti riconosco”.
Li osservo mentre si risiedono. C’è Chiara che oggi ha gli occhi lucidi, Clemente che fissa un punto indefinito oltre la finestra, Clara che sembra voler scomparire nel cappuccio della felpa, Elena che si tormenta una ciocca di capelli come se da quel gesto dipendesse l’equilibrio del mondo. Ogni mattina è un mosaico di stati d’animo, e io provo a ricomporlo senza rompere nulla.
Poi, come ogni giorno, indico la cattedra. Uno dopo l’altro, vengono a posare i telefonini. Alcuni lo fanno con un gesto rapido, quasi liberatorio; altri con un ultimo sguardo allo schermo, come se lasciassero lì un pezzo di mondo. Ma è proprio questo il punto: per un po’, si sottraggono al flusso continuo del futile, al richiamo delle notifiche, e tornano a un rapporto diretto con ciò che li circonda. Con me, con i compagni, e soprattutto con sé stessi. È un piccolo atto di coraggio, anche se non lo dicono.
La classe, ora, respira. E io con lei.
E mentre li guardo, mi accorgo che tra quei volti c’è anche chi sta ancora cercando la propria forma, come un vaso d’argilla che non ha deciso se diventare ciotola o anfora. C’è il ragazzo che evita i problemi come si evita una pozzanghera: saltandola, fingendo che non esista. E per farlo si costruisce un castello di bugie, una dietro l’altra, raccontate ai compagni, ai genitori, perfino a sé stesso. Non lo fa per cattiveria: è paura, quella paura antica di deludere, di non essere abbastanza, di essere scoperto fragile.
C’è il ragazzo brillante che non studia mai perché teme di fallire proprio quando ci prova davvero. C’è la ragazza che parla poco, ma quando lo fa dice cose che fanno tacere tutti. C’è chi provoca per capire se qualcuno lo vede, chi sfida per misurare la solidità del mondo, chi cerca un limite per sentirsi meno solo.
E poi ci sono i momenti che non finiscono nei registri. Quando un concetto finalmente si illumina. Quando la comprensione di un fenomeno scientifico diventa un ponte verso la comprensione del Creato. Quando qualcuno alza la mano non per obbligo, ma per coraggio o per desiderio di conoscere. Quando un ragazzo ti chiede, con voce bassa, se davvero là fuori c’è spazio anche per lui.
E poi c’è chi porta sulle spalle pesi più grandi della sua età. Qualcuno ha già iniziato a bere, di nascosto, come se un sorso potesse sciogliere i nodi che sente dentro. Qualcun altro fuma, convinto che quel filo di fumo lo faccia sembrare più adulto, quando in realtà lo rende solo più solo. E ci sono i primi amori, quelli che fanno tremare le mani e accelerare il cuore, quelli che sembrano enormi come il cielo e fragili come un foglio bagnato. Li vedi negli sguardi che si cercano, nei silenzi improvvisi, nei sorrisi trattenuti.
Sono vite in costruzione, e ogni giorno portano in aula un pezzo di quel cantiere.
E io, che pure sono adulto, non posso fare altro che camminare accanto a loro. Non davanti, non sopra: accanto. Perché crescere significa anche imparare a stare in piedi da soli, senza che qualcuno ti regga sempre la mano. E questo luogo – questa aula che a volte sembra un porto, altre volte una tempesta – dovrebbe essere protetto. Protetto dall’invadenza sciocca di certi genitori che entrano a gamba tesa, che vogliono risolvere tutto, spiegare tutto, giustificare tutto, individuare colpevoli inesistenti. Non capiscono che così tolgono ai figli la possibilità più preziosa: diventare autonomi, sbagliare, rialzarsi e capire da soli chi sono.
La scuola è un luogo sacro non perché sia perfetta, ma perché è uno dei pochi spazi rimasti in cui si può crescere davvero. Dove si può cadere senza essere giudicati, dove si può parlare senza essere interrotti, dove si può imparare a guardare il mondo senza filtri. Dove si può essere fragili senza vergogna.
Fuori, la scuola esiste solo quando diventa un caso, un titolo, un allarme. Qui dentro, invece, è fatta di cose minuscole e decisive: un sospiro, un quaderno aperto, un dubbio sul futuro che pesa più di un’interrogazione. È fatta di ragazzi che cercano un posto nel mondo e di adulti che cercano di non sbagliare troppo mentre li accompagnano.
E ogni mattina, quando dico «Buongiorno a tutti» e loro si alzano – e io con loro – mi ricordo che questo gesto non è un rito antico, ma un patto. Un patto di rispetto, di fiducia, di presenza.
Un patto che, nonostante tutto, continua a funzionare.
(R.D.R.)

