Alice: «Vorrebbe dirmi per favore quale strada bisognerebbe prendersi da qui?»
Stregatto: «Ciò dipende, e non poco, da dove vuoi arrivare.»
Alice: «Non mi interessa molto dove.»
Stregatto: «Allora non importa quale strada intraprendere.»
Alice: «Purché arrivi in qualche posto…»
Stregatto: «Oh, in quanto a questo stai sicura. Basta che tu faccia abbastanza strada.»
(tratto da: Le Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie – Lewis Carroll)
Il parallelismo con il presente è evidente. Viviamo in un’epoca in cui le possibilità superano di gran lunga le certezze: percorsi di studio molteplici, carriere frammentate, identità fluide, modelli di successo spesso contraddittori. Il risultato è che si investe molto nel mezzo — la laurea, il titolo, la competenza — senza che il fine sia stato davvero chiarito. E quando quel mezzo viene raggiunto, emerge una sensazione di vuoto. La domanda, a quel punto, è disarmante nella sua semplicità: e adesso?
Il dialogo tra Alice e lo Stregatto non offre una soluzione, ma una consapevolezza. Prima della strada, serve una domanda autentica su dove si voglia andare. Anche vaga, anche provvisoria. Senza questa domanda, ci si incammina comunque — magari a lungo, magari con impegno — ma si rischia di arrivare “in qualche posto” che non sentiamo davvero nostro. Senza una direzione, ogni strada è equivalente. Non perché tutte le strade conducano a qualcosa di valido, ma perché viene meno il criterio stesso con cui giudicarle.

La perdita dell’abitudine a porsi la domanda è centrale. Non è solo che fatichiamo a rispondere a “cosa voglio fare della mia vita”; spesso non sappiamo più stare dentro la domanda senza fuggirla. È una domanda che espone, che mette in crisi, che non produce risultati immediati né certificabili. In un sistema che premia risposte rapide, competenze spendibili e obiettivi misurabili, interrogarsi su ciò che ci corrisponde davvero appare quasi improduttivo, e per questo viene rimandato o delegato.
Forse, per molti studenti e laureati di oggi, il passaggio cruciale non è scegliere subito una destinazione definitiva, ma imparare a tollerare il tempo della domanda, senza riempirlo automaticamente di tappe preconfezionate. Alice, dopotutto, è persa, ma è curiosa. Ed è questa curiosità — più che l’idea di una strada giusta — che le permette di attraversare il Paese delle Meraviglie senza smarrirsi del tutto.
In fondo, Alice non cresce perché trova risposte, ma perché continua a interrogare il mondo — anche quando le risposte sono paradossali o insoddisfacenti. Forse oggi abbiamo bisogno proprio di questo: non di più certezze, ma di buone domande, ben poste. Domande capaci di fermarci, di sospendere il movimento automatico, e di costringerci, finalmente, a guardarci dentro.
Antonio De Rosa

