Negli ultimi tempi sembra che alcuni studenti abbiano scambiato la scuola per un set di film d’azione, presentandosi con coltelli presi direttamente dalla cucina di casa. Il Governo si accinge a preparare un pacchetto sicurezza che potrebbe arrivare già al Consiglio dei ministri del 20 gennaio. La Lega spinge per una stretta immediata, Tajani propone di vietare la vendita di lame ai minorenni, e l’aria che tira è quella delle grandi manovre contro la “generazione affilata”.
Il piano in cantiere prevede un decreto con zone a vigilanza rafforzata e un disegno di legge che punta a responsabilizzare le famiglie, limitare il porto dei coltelli e inasprire le pene per chi combina guai vicino a scuole e parchi. Si parla persino di metal detector negli istituti più problematici, come se la campanella dovesse ormai suonare solo dopo il check-in aeroportuale. L’Ansa riferisce anche l’estensione dell’ammonimento del questore ai dodicenni e tredicenni coinvolti in risse o minacce con armi improprie. E naturalmente arriva la sanzione da 200 a 1.000 euro per i genitori o per “chi è tenuto a sorvegliare i ragazzi”.

Ed è qui che l’ironia si spreca. Perché quella formula, così elegante e apparentemente neutra, ha fatto drizzare le antenne a molti. “Chi è tenuto a sorvegliare i ragazzi” potrebbe voler dire tutto e niente. E in Italia, quando una frase può voler dire tutto, spesso finisce per voler dire “la scuola”. Docenti e ATA, che hanno scelto un lavoro educativo e amministrativo, rischiano di ritrovarsi – ancora una volta – con un ruolo aggiuntivo non richiesto: quello di agenti di custodia. Con la differenza che chi fa davvero quel mestiere è pagato per farlo, mentre loro dovrebbero farlo “per spirito di servizio”. Una prospettiva inammissibile che non entusiasma nessuno.
Il ministro dell’Interno Piantedosi assicura che il provvedimento è frutto di un lungo lavoro e che ora si apre la fase di concertazione. In tv ha ricordato che il problema non si risolve solo con metal detector e controlli, ma riguarda anche la cultura e il senso di responsabilità dei ragazzi. Una riflessione che però rischia di trasformarsi nell’ennesimo “pensateci (solo) voi” rivolto alla scuola.
A smorzare l’entusiasmo repressivo interviene il cardinale Parolin, che invita a puntare più sull’educazione che sulla punizione. Una posizione che suona quasi rivoluzionaria in un momento in cui sembra più facile installare un metal detector che investire seriamente in percorsi educativi.
(Prof. Andrea Canonico)
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