La verde Irpinia è terra di contraddizioni. In particolare, pur costituendo il serbatoio idrico del Mezzogiorno è sempre più spesso costretta a convivere con turnazioni, cali di pressione e rubinetti asciutti. Per comprendere come si sia arrivati a questo paradosso bisogna intrecciare tre livelli: la storia delle captazioni, la complessa geologia dei sistemi montuosi irpini e la nuova stagione di crisi idrica, aggravata dal cambiamento climatico e da decenni di scelte politiche e gestionali che hanno indebolito un patrimonio che sembrava inesauribile.
L’Irpinia non è un monolite idrogeologico. È un territorio composto da diversi sistemi montuosi che funzionano come altrettanti serbatoi naturali. I Monti Picentini rappresentano il bacino più noto, ma non l’unico. Il massiccio del Terminio‑Tuoro, con le sue rocce carbonatiche fratturate, alimenta sorgenti diffuse e corsi d’acqua che confluiscono nel Sabato e nel Calore. Il Cervialto, con le sue dorsali elevate e le abbondanti precipitazioni, contribuisce alla ricarica delle falde che emergono nelle valli dell’Alta Irpinia. Il Partenio, con la sua struttura carsica complessa, custodisce falde profonde che alimentano sorgenti come quelle del baianese. A questi sistemi si aggiungono i bacini fluviali dell’Ufita, del Sabato e del Calore, che raccolgono e redistribuiscono le acque superficiali e sotterranee, creando un reticolo idrico che attraversa l’intera provincia.
In questo contesto si colloca il gruppo sorgentizio di Cassano Irpino, tra i più importanti d’Europa per portata e qualità, ma non isolato: è parte di un sistema più ampio che comprende Pollentina, Peschiera, Acqua del Prete, Bagno della Regina e numerose emergenze minori. Da queste sorgenti dipendono non solo i comuni irpini e parte del Sannio, ma anche vaste aree della Puglia e della Basilicata, rendendo l’Irpinia una vera “fabbrica dell’acqua” per il Sud.
La storia moderna di questo patrimonio affonda le radici agli inizi del Novecento. Nel 1902 viene istituito l’Acquedotto Pugliese, con l’obiettivo di portare l’acqua dell’Appennino meridionale fino alle zone aride del Tavoliere e del Salento. In Irpinia, all’epoca, non si levò alcuna protesta: il consenso era controllato e la priorità nazionale era risolvere la sete pugliese. Nel Dopoguerra, la nascita del Consorzio Interprovinciale Alto Calore avrebbe dovuto trasformare la ricchezza idrica irpina in un volano di sviluppo per i comuni di Avellino e Benevento.
L’Alto Calore, nelle intenzioni originarie, era destinato a diventare un modello di gestione pubblica. Ma la storia prese un’altra direzione: clientelismo, indebitamento crescente, scarsa manutenzione delle reti e dispersioni fuori controllo portarono l’ente a una crisi strutturale che ancora oggi non è risolta. Nel frattempo, la gestione delle sorgenti irpine si intrecciava con dinamiche politiche sovraregionali che spesso hanno escluso il territorio sorgentizio dalle decisioni strategiche. Da qui nasce la percezione, radicata nelle comunità locali, di una sottrazione dell’acqua irpina a vantaggio di altri territori, senza adeguati ritorni economici o infrastrutturali.
Questo sentimento si è rafforzato negli ultimi anni, quando la Regione Campania ha assunto la titolarità delle sorgenti, inserendole in una strategia più ampia che comprende anche la diga di Campolattaro, oggi in difficoltà per la riduzione delle portate. La scelta, pur motivata da esigenze di pianificazione regionale, ha alimentato il timore che l’Irpinia venga considerata più come un serbatoio da cui attingere che come un territorio da tutelare.
A rendere il quadro ancora più complesso è la crisi climatica. Gli studi scientifici mostrano una tendenza chiara: meno piogge, inverni più caldi, minore accumulo nevoso, periodi siccitosi più frequenti e prolungati. Le sorgenti dei Picentini, del Terminio, del Cervialto e del Partenio risentono tutte di questa trasformazione. La ricarica delle falde è più lenta, le portate diminuiscono nei mesi estivi e la variabilità stagionale aumenta. In parallelo, la rete idrica irpina perde fino al 50–55% dell’acqua immessa, una dispersione che vanifica la ricchezza naturale del territorio e rende più vulnerabile l’intero sistema.
Il risultato è un paradosso evidente: terra di sorgenti, ma con i rubinetti a secco. Negli ultimi anni decine di comuni irpini hanno affrontato turnazioni e interruzioni programmate, soprattutto nei mesi estivi, mentre le famiglie si sono organizzate con serbatoi domestici e sistemi di accumulo. Le istituzioni locali denunciano da tempo la necessità di interventi strutturali, ma i ritardi accumulati pesano come macigni.
Dal 1° gennaio 2025, le sorgenti di Cassano e Baiardo sono passate dalla gestione diretta dell’Alto Calore alla Regione Campania, in un tentativo di salvare l’ente dal dissesto e di inserire le captazioni in una pianificazione più ampia. La scelta, tuttavia, riapre interrogativi cruciali: chi decide del destino dell’acqua irpina? Quale quota deve restare a beneficio dei territori sorgentizi? Quali garanzie esistono per la tutela ambientale dei sistemi montuosi che alimentano le sorgenti? Le comunità locali chiedono trasparenza, partecipazione e un modello di governance che non ripeta gli errori del passato.
Dal punto di vista geologico e idrologico, la sfida è chiara: non si può più considerare l’acqua come una risorsa infinita. Occorre rispettare i tempi di ricarica delle falde, garantire il deflusso minimo vitale dei corsi d’acqua, limitare i prelievi nei periodi critici, diversificare le fonti e investire in infrastrutture moderne. L’acqua non è solo una quantità da estrarre, ma un ciclo da proteggere.
Sul piano politico e sociale, la responsabilità è condivisa. La crisi attuale non deriva solo dalla siccità, ma da decenni di scelte rinviate, manutenzioni mancate, investimenti insufficienti e incapacità di coordinare i diversi livelli istituzionali. La carenza idrica in Irpinia è il prodotto dell’intreccio tra cambiamento climatico e cattiva gestione, non di un singolo fattore.
Eppure, esistono margini di svolta. I fondi per la riduzione delle perdite e la digitalizzazione delle reti rappresentano un’occasione concreta per trasformare un sistema fragile in un’infrastruttura efficiente, capace di monitorare in tempo reale flussi e dispersioni e di intervenire in modo mirato. Allo stesso tempo, cresce la consapevolezza che le comunità locali non possono essere semplici spettatrici: comitati, amministrazioni e associazioni chiedono un nuovo patto sull’acqua, fondato su equità, sostenibilità e responsabilità.
In definitiva, la vicenda dell’acqua irpina non è solo una storia di tubi, sorgenti e bilanci. È il racconto di un territorio che deve decidere se subire ancora una volta una sottrazione o se costruire un modello di gestione capace di valorizzare una risorsa che lo definisce. Se l’Irpinia vuole restare terra d’acqua, deve ripensare radicalmente il modo in cui quell’acqua viene governata, riconoscendo che la ricchezza idrica non è un’eredità garantita, ma un bene fragile da custodire con lungimiranza.

