Nell’area industriale di Pomigliano d’Arco, il profilo della difesa europea ha trovato una nuova casa all’interno dello stabilimento Leonardo. Inaugurato il 30 settembre, il polo campano di MBDA — il colosso missilistico partecipato al 25 percento proprio dal gruppo aerospaziale italiano — viene celebrato da vertici aziendali e rappresentanti istituzionali come un volano di progresso tecnologico e occupazionale. Tuttavia, l’apertura di questa linea produttiva solleva interrogativi politici e morali che interpellano direttamente le coscienze: fino a che punto un territorio può fondare le proprie ambizioni di crescita sul settore bellico, e quale linea separa la sovranità nazionale dalla normalizzazione della guerra?
La geografia industriale e le promesse occupazionali
Il progetto nasce con un mandato ben definito. Nello stabilimento vesuviano si concentreranno le lavorazioni meccaniche, lo sviluppo di sistemi d’arma e la produzione ceramica destinata ai radome dei missili, oltre all’assemblaggio dei lanciatori per i sistemi missilistici SAMP/T. Questa struttura opererà in stretta sinergia con il sito di Fusaro, a Bacoli, con l’obiettivo dichiarato di espandere la forza lavoro complessiva delle due sedi campane dagli attuali ottocento addetti a circa un migliaio nell’arco del prossimo quinquennio.
Nelle parole delle istituzioni, il registro dominante è quello della sovranità strategica. Intervenuto al taglio del nastro, il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli ha difeso la produzione nazionale di armamenti come un pilastro ineludibile di autonomia geopolitica. Una lettura condivisa dai vertici aziendali, che legano l’espansione industriale alla crescente turbolenza degli scenari internazionali.
Il cortocircuito politico ed etico
Proprio questa convergenza tra logiche di mercato e geopolitica fa emergere il primo nodo critico. Quando la domanda bellica si trasforma in un’opportunità economica da inseguire, il riarmo rischia di smettere i panni della risposta contingente per diventare il motore strutturale dell’economia. In Campania, il dibattito si sposta inevitabilmente sulle risorse pubbliche: sebbene non esista ancora un finanziamento regionale formalmente deliberato, l’ipotesi di un sostegno economico da parte della Regione — ventilata dal vicepresidente Mario Casillo a fronte della rilevanza tecnologica del sito — apre un fronte di scontro istituzionale sull’opportunità di destinare fondi pubblici all’industria delle armi.
Il quadro si complica ulteriormente se si sposta lo sguardo oltre i confini nazionali, lambendo il dramma umanitario di Gaza. Il coinvolgimento indiretto di Leonardo, tramite la sua quota in MBDA, è finito al centro delle cronache internazionali. Un’inchiesta congiunta condotta da testate come The Guardian, Disclose e Follow the Money ha tracciato la filiera della bomba guidata GBU-39, indicando che la controllata statunitense MBDA Inc. fabbricherebbe componenti destinati a tali ordigni, e che i proventi di quella produzione rifluirebbero verso la capogruppo europea.
La difesa di Leonardo e le vie della giustizia
Di fronte a queste contestazioni, Leonardo ha scelto la via della trasparenza difensiva. Nei documenti redatti in vista dell’assemblea degli azionisti del 2026, l’azienda ha ribadito la propria estraneità a nuove autorizzazioni di export verso Israele successive all’esplosione del conflitto, sottolineando come la filiale americana goda di una governance autonoma e che i dividendi percepiti non siano riconducibili a singole commesse belliche. La linea ufficiale rivendica il pieno rispetto del quadro normativo italiano e internazionale.
Eppure, il muro della legalità formale si scontra con il peso dei fatti geopolitici. Nel settembre del 2025, la Commissione internazionale d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha stabilito la responsabilità di Israele per atti di genocidio nella Striscia di Gaza — conclusioni fermamente respinte dal governo israeliano, ma che pesano come un macigno nel dibattito pubblico.
È in questo clima di tensione morale e giuridica che la questione è approdata nelle aule di giustizia. Un cartello di associazioni, tra cui A Buon Diritto, ACLI, ARCI, AssoPacePalestina, ATTAC Italia, Pax Christi e Un Ponte Per, ha promosso un’azione civile presso il Tribunale di Roma. L’obiettivo è chiarire se la filiera delle forniture militari si ponga in contrasto con le leggi italiane e le convenzioni internazionali. Un procedimento ancora in corso, che attende una pronuncia definitiva, ma che fotografa plasticamente la fragilità di un confine: quello in cui il progresso industriale di una regione incontra le responsabilità globali del nostro tempo.

