La politica italiana: dalla visione dei padri costituenti all’attuale teatrino della contrapposizione permanente

La politica italiana contemporanea sembra aver smarrito la sua funzione primaria: governare nell’interesse della collettività. È un’impressione diffusa, quasi un sentimento nazionale, che nasce dall’osservazione quotidiana del dibattito pubblico. Qualunque cosa faccia la maggioranza, l’opposizione è sempre contro. Non importa il tema, non importa la portata della decisione, non importa se la misura potrebbe essere utile ai cittadini: ciò che conta è il posizionamento, la bandiera, la convenienza elettorale. È un meccanismo radicato che si ripete a livello nazionale, regionale, comunale, perfino nei consigli di quartiere. Una sorta di riflesso condizionato che trasforma la minoranza non in una forza critica, ma in una opposizione permanente, indipendente dai contenuti e dalle necessità reali del Paese.

Questo atteggiamento alimenta un sospetto fondato: che una parte della politica italiana non sia realmente interessata a discutere, migliorare, correggere o proporre, ma solo a giocare una partita dialettica, una competizione continua in cui l’obiettivo non è governare meglio, bensì vincere le prossime elezioni.
È un gioco di squadra, certo, ma un gioco che mette da parte gli interessi effettivi della collettività. Eppure i cittadini, nella loro quotidianità, non chiedono molto: non interessa loro da chi siano governati, interessa che chiunque governi sia in grado di farlo bene, con competenza, responsabilità e una visione che superi il perimetro del proprio schieramento.

A complicare ulteriormente il quadro c’è un altro elemento, più delicato ma altrettanto percepito: il sospetto che una parte della politica nasca già con un “peccato originale”, un accordo implicito con segmenti della società che non sempre si collocano pienamente dentro la legalità o dentro l’etica pubblica. È un patto che, una volta ottenuto il consenso, va onorato. E così la politica diventa debitrice di interessi particolari, di gruppi di pressione, di reti di potere che nulla hanno a che fare con il bene comune. Non stupisce, allora, che il miglioramento economico e sociale di chi ricopre incarichi politici sia spesso più rapido e più evidente di quello dei cittadini che dovrebbe rappresentare, e che spesso avviene sulle spalle e contro chi li ha votati, che si vedono espropriati della possibilità di competere nella corsa alle opportunità con modalità corrette e meritocratiche. È un segnale, questo, che qualcosa non funziona: la politica dovrebbe essere servizio, non ascensore sociale.

Il paragone con i padri costituenti, in questo contesto, è inevitabile ma anche impietoso. Non perché la politica di allora fosse perfetta – nessuna stagione lo è – ma perché era animata da una tensione ideale che oggi sembra scomparsa. In quegli anni, come ricordano intellettuali quali Norberto Bobbio, Piero Calamandrei, Alcide De Gasperi, Aldo Moro o Leo Valiani, l’interesse della nazione veniva prima dell’interesse del partito. Le differenze ideologiche erano profonde, talvolta inconciliabili, ma non impedivano di costruire insieme. La Repubblica nacque da un compromesso alto, da una visione condivisa del futuro, da un senso di responsabilità che superava le appartenenze. La politica era conflitto, certo, ma era anche cooperazione. Era dialettica, ma non pregiudizio. Era scontro, ma non sabotaggio.

Oggi, invece, la dialettica si è trasformata in una forma di agonismo sterile, un braccio di ferro continuo che non produce decisioni ma solo dichiarazioni. La politica parla molto e fa poco, promette molto e realizza poco, critica molto e costruisce poco. E così il Paese resta sospeso, immobile, prigioniero di una contrapposizione che non è più ideologica ma tattica, non più culturale ma comunicativa, non più politica ma mediatica.

Ritrovare lo spirito dei padri costituenti non significa idealizzare il passato, ma recuperare un metodo: mettere l’interesse nazionale al centro, riconoscere che la democrazia vive di maggioranze che governano e minoranze che controllano, non di minoranze che ostacolano per principio. Significa accettare che la politica è responsabilità, non solo competizione; che è servizio, non solo carriera; che è visione, non solo propaganda.

Finché questo non accadrà, la politica italiana continuerà a essere percepita come un’arena in cui si combatte per il potere, non come un luogo in cui si lavora per il Paese. E i cittadini continueranno a sentirsi spettatori disillusi di una partita che non hanno scelto di guardare e che, soprattutto, non porta alcun beneficio alla loro vita quotidiana.