Un nuovo episodio di violenza contro il personale sanitario ha scosso l’ospedale “San Giuseppe Moscati” di Avellino, dove un medico in servizio è stato aggredito da un uomo di 66 anni, poi individuato e denunciato dalla Polizia di Stato. Secondo quanto ricostruito dagli agenti della Squadra Volanti, il professionista ha riportato lesioni giudicate guaribili in dieci giorni, mentre l’aggressore è stato accompagnato in Questura e deferito alla Procura della Repubblica. Le contestazioni restano al momento provvisorie, in attesa dell’accertamento definitivo delle responsabilità.
L’episodio si inserisce in un quadro ormai allarmante: le aggressioni ai sanitari non sono più eventi isolati, ma una realtà che attraversa ospedali e strutture territoriali in tutta Italia. In diverse regioni si registrano casi analoghi, come quelli avvenuti a Palma Campania, dove due medici e una guardia giurata sono stati feriti dopo aver negato una prescrizione non dovuta a madre e figlio, poi denunciati dai carabinieri.
La crescente frequenza di questi episodi ha alimentato un dibattito sempre più acceso sulle misure da adottare per proteggere chi lavora nei reparti. Tra le proposte più discusse figura il cosiddetto “Daspo sanitario”, ovvero l’allontanamento dai luoghi di cura di chi si rende responsabile di violenze contro medici e infermieri, impedendo l’accesso libero alle strutture a chi ha aggredito operatori sanitari, fatta eccezione per le emergenze indifferibili e tramite percorsi protetti. Secondo i sostenitori di tale proposta, chi colpisce un professionista “rompe il patto civile che rende possibile il diritto alle cure”.
La proposta ha trovato eco anche in ambito politico, con la presentazione di un disegno di legge che prevedeva la sospensione della gratuità delle cure non urgenti per chi si fosse reso responsabile di aggressioni o danneggiamenti nelle strutture sanitarie. Una misura pensata come deterrente, ma che ha suscitato un acceso confronto etico e giuridico.
Non mancano posizioni contrarie, che hanno evidenziato che “un medico non può scegliere chi curare”, sottolineando come il diritto universale alla salute non possa essere condizionato da comportamenti, per quanto gravi, dei pazienti.
Il caso di Avellino, come molti altri, riporta al centro una domanda cruciale: come garantire la sicurezza di chi opera in prima linea senza compromettere i principi fondamentali del sistema sanitario? Mentre le indagini sull’aggressione al Moscati proseguono, resta l’urgenza di trovare un equilibrio tra tutela degli operatori e rispetto dei diritti dei cittadini, in un contesto in cui la violenza contro i sanitari è ormai un fenomeno strutturale e non più episodico.

