C’è un passaggio della Giornata di inizio anno di Comunione e Liberazione in Lombardia che merita forse di essere ripreso al di là del contesto in cui è stato pronunciato. È il riferimento di Leone XIV al «rischio educativo», contenuto nel discorso rivolto al Meeting di Rimini e assunto come testo di riferimento per l’inizio del nuovo anno.
La parola «rischio» potrebbe sembrare, a prima vista, quasi fuori posto quando si parla di educazione. Educare, infatti, viene spesso associato alla protezione, alla sicurezza, alla costruzione di ambienti nei quali una persona possa crescere senza essere continuamente esposta alle difficoltà del mondo. E certamente c’è anche questo. Ma il rischio di cui parla il Papa è un’altra cosa: è il rischio di lasciare che ciò che abbiamo incontrato venga realmente messo alla prova nella vita.
Leone XIV riprende un’intuizione centrale di don Luigi Giussani: il metodo educativo più capace di bene non è quello che fugge dalla realtà per affermare il bene separatamente, ma quello che promuove il bene dentro il mondo. Non si tratta, dunque, di costruire una piccola isola nella quale tutto funzioni, le persone si comprendano, i rapporti siano rassicuranti e la propria esperienza trovi continuamente conferma. Si tratta di verificare se ciò che abbiamo incontrato è davvero capace di stare di fronte alla realtà intera.
È qui che diventa interessante anche un’altra immagine utilizzata dal Papa: una comunità, un gruppo, un movimento non dovrebbero essere un luogo nel quale fermarsi, ma un trampolino da cui tuffarsi nella realtà.
La metafora è semplice, ma tutt’altro che scontata.
Perché un luogo nel quale abbiamo incontrato amicizia, accoglienza, bellezza e significato può diventare facilmente qualcosa di cui abbiamo bisogno per proteggerci da tutto il resto. E allora il rischio è sottile: ciò che inizialmente ci ha aiutato a guardare la vita può trasformarsi, senza che ce ne accorgiamo, nel luogo nel quale ci sentiamo al sicuro proprio perché non siamo più costretti a misurarci con ciò che sta fuori.
Ma se quel luogo è davvero educativo, dovrebbe accadere il contrario.
Dovrebbe renderci più disponibili all’incontro, più capaci di stare davanti a chi non pensa come noi, più desiderosi di attraversare situazioni nelle quali non abbiamo già tutte le risposte. Dovrebbe, in qualche modo, restituirci al mondo.
È questo il senso più profondo del «rischio educativo». Non eliminare il rischio, ma permettere a una persona di affrontarlo senza essere lasciata sola.
La questione riguarda soprattutto i giovani, ma forse non soltanto loro. Ogni esperienza comunitaria, associativa, culturale o anche semplicemente familiare può diventare un luogo di crescita oppure un luogo di riparo. La differenza non sta necessariamente nella qualità dell’ambiente. Anche un ambiente bello e accogliente può diventare chiuso. Anzi, proprio ciò che ci fa stare bene può essere tentato di diventare qualcosa che vogliamo conservare intatto.
Forse per questo l’immagine del trampolino è più efficace di quella del rifugio.
Un trampolino ha senso soltanto se permette un salto. Non è una destinazione. Non è il luogo nel quale rimanere. La sua funzione è dare lo slancio necessario per entrare nell’acqua.
Allo stesso modo, una comunità non dovrebbe chiedere alla realtà di assomigliare al luogo nel quale ci siamo trovati bene. Dovrebbe piuttosto aiutarci a portare quello sguardo dentro realtà che sono molto diverse: nella scuola, nell’università, nel lavoro, nelle relazioni, nella politica, nella cultura, nelle periferie, accanto a persone che non condividono la nostra fede e nemmeno necessariamente le nostre idee.
È qui che il discorso del Papa si allarga. A Rimini, infatti, Leone XIV non ha parlato soltanto di educazione. Ha collegato il rischio educativo alla necessità di allargare i propri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta e ha invitato il Movimento, i gruppi e le comunità a essere appunto un trampolino verso «l’intera realtà».
Non è una questione di abbandonare il proprio luogo di appartenenza. È quasi il contrario: un’appartenenza è autentica quando non ci rende più piccoli, ma più capaci di incontrare ciò che è diverso da noi.
Forse è anche questo uno dei motivi per cui l’educazione è sempre un rischio. Se educare significasse semplicemente trasmettere ciò che già sappiamo, proteggere ciò che abbiamo costruito e riprodurre il nostro modo di vedere le cose, sarebbe relativamente semplice. Ma educare significa lasciare che un’altra persona faccia esperienza della realtà e possa verificarvi ciò che ha ricevuto.
E questa verifica non può essere fatta al posto suo.
Il rischio educativo, allora, è anche il rischio della libertà. È accettare che l’altro possa incontrare la realtà, porre domande, cambiare idea, attraversare esperienze che noi non avremmo scelto per lui. È il contrario dell’indottrinamento, perché non chiede anzitutto di aderire, ma di verificare.
In fondo, la domanda potrebbe essere molto più semplice: che cosa succede a una persona dopo essere stata in un luogo nel quale ha incontrato qualcosa di bello?
Torna indietro per difenderlo? Oppure torna nel mondo con uno sguardo diverso?
Se torna nella propria scuola, nel proprio lavoro, nella propria famiglia, nella propria città con una maggiore capacità di ascoltare, di dialogare, di affrontare il conflitto, di riconoscere il bene anche dove non se lo aspettava, allora forse quel luogo ha davvero svolto una funzione educativa.
Se invece ha bisogno che tutto ciò che incontra fuori venga ricondotto continuamente alle forme, alle parole e alle persone del luogo da cui proviene, forse qualcosa si è inceppato.
È una domanda che non riguarda ogni comunità che nasce intorno a un’esperienza condivisa, ogni associazione, ogni gruppo educativo, ogni famiglia e, più radicalmente, ogni persona che abbia incontrato qualcosa che considera buono.
Il luogo felice non è necessariamente quello nel quale restare. Può essere quello dal quale partire.
E forse il vero compito educativo non è costruire un mondo nel quale non ci siano più rischi, ma accompagnare qualcuno fino al punto in cui possa affrontare il mondo senza aver più bisogno di fuggirne.
Antonio De Rosa


