
E Mo’ ch’attaccamm ’o Tramp? La frase nasce per strada, tra gli scugnizzi napoletani del secolo scorso che si appendevano al predellino del tram quando non avevano il biglietto. Un gesto rapido, un po’ furbo, un po’ dettato dalla necessità. E quando la gente comincia a usarla parlando di politica internazionale, vuol dire che qualcosa non torna. E che la nostra traballante posizione non è affatto comodissima.
Perché qui, più che un tram, sembra che qualcuno — con un nome che ricorda fin troppo quel mezzo di trasporto — voglia trascinarci in direzioni che non possiamo proprio condividere. E allora la domanda sorge spontanea: ma non eravamo alleati? Non eravamo noi i “buoni”? Perché tra dazi, minacce commerciali e improvvise voglie di territori altrui, la sensazione è quella di un compagno di viaggio che cambia strada senza avvisare. E che ci USA solo per i cavoli (e le materie prime) suoi.
Le uscite pubbliche non aiutano. Un giorno si parla di comprare, per quattro dollari, isole ricche di petrolio come fossero case vacanza. Il giorno dopo di prenderle con la forza. E quello dopo ancora si spostano — altro che aggiotaggio — equilibri economici e miliardi di dollari con un semplice tweet. La diplomazia, che dovrebbe essere una stanza con porte chiuse e toni bassi, ormai assomiglia a un cortile dove si discute a voce alta da un balcone all’altro.
Intanto, tra Ucraina, Venezuela, Iran e vecchie ombre mediorientali (Iraq, Libia ecc.), cresce il dubbio che certe mosse servano più a interessi di parte che alla concordia con gli alleati. La parola proxy vola nei dibattiti, elegante come un vestito buono messo per coprire una rissa. E noi europei restiamo lì, a domandarci se siamo spettatori, comparse o semplicemente quelli che tengono il sacco.
La sequenza degli ultimi eventi non rassicura, così come alcune dichiarazioni surreali che sembrano rivendicazioni personali. “La Groenlandia mi serve” suona come “mi serve l’auto del vicino”, più scugnizzo geopolitico che stratega. Se la diplomazia fosse davvero un cortile, basterebbe un richiamo severo o, nei casi peggiori, un TSO. Ma sul piano internazionale le soluzioni sono altre, e qualcuna — non certo bellica — passa inevitabilmente per le procedure istituzionali che spettano ai cittadini d’oltreoceano, alcuni dei quali cominciano a evocare perfino ipotesi drastiche come l’impeachment.
Se siamo alleati, l’alleanza non può diventare un lasciapassare per i capricci. Se non lo siamo più, almeno diciamolo e prepariamoci alle conseguenze. Nel frattempo, meglio tenere il biglietto del tram in tasca: il viaggio continua, e non è detto che il prossimo capolinea ci faccia sorridere. Anzi, se si accorgessimo che il tram ci stia portando a schiantarci, forse faremmo meglio a saltare giù e procedere, insieme al resto dell’Europa, per la nostra strada!

