La pretesa del “diritto di imbrogliare”: viaggio nell’Italia che attacca quando ha torto

Il diritto di imbrogliare è la nuova frontiera dei diritti umani non scritti. Non lo trovi nella Costituzione, non lo insegnano a scuola, non lo cita Amnesty International… eppure spunta ovunque, ostinatamente, come l’erbaccia tra le mattonelle. È un diritto immaginario, certo, ma preteso con una convinzione così feroce da far sembrare la Dichiarazione Universale un dépliant di offerte scadute.

Prendiamo lo studente sorpreso all’esame col cellulare, proprio mentre sta facendo un tema sui diritti e sui dovero. Una volta, colto in flagrante, il malcapitato arrossiva, balbettava e chiedeva scusa. Oggi no. Oggi lo studente, colto con il telefono ancora caldo in mano, reagisce con l’indignazione di un perseguitato politico: “È violazione della privacy!”. La privacy, capisci? Come se il docente gli avesse hackerato il conto corrente e non semplicemente chiesto perché stesse copiando come un ladro di polli ignorante. E guai a ricordargli che l’esame può essere annullato: il nuovo cittadino del mondo pretende di avere ragione anche quando è stato beccato con le mani nella marmellata, nel barattolo e pure nel frigo.

Poi c’è il barista come quello raccontato da Siani che, alla richiesta di uno scontrino, risponde: “Ma perché vuoi lo scontrino? Che ti ho fatto di male?”. E tu resti lì, con la monetina in mano, a chiederti se sei tu l’oppressore fiscale, il tiranno tributario, il despota della ricevuta. Perché ormai chiedere il rispetto della legge equivale a un’aggressione personale, come se lo scontrino fosse un insulto alla madre e non un pezzo di carta che evita al barista di evadere quanto il PIL di un piccolo stato.

E non parliamo delle aggressioni ai sanitari, ai medici, ai docenti, ai controllori dei treni, ai conducenti dei bus, alle forze dell’ordine. Gente che fa il proprio lavoro – cioè quello che in teoria dovrebbe far funzionare la società – e che invece viene trattata come se avesse osato violare il sacro diritto all’arbitrio totale. Il controllore che chiede il biglietto? Provocatore. Il medico che ti dice che devi aspettare? Criminale. Il professore che mette un’insufficienza? Sadico. Il vigile che ti multa perché hai parcheggiato sul marciapiede, sulle strisce e forse anche su un pedone? Tiranno.

Ma il capolavoro assoluto resta la mamma della chat scolastica. Quella che, dopo che suo figlio ha picchiato un compagno perché non gli passava il compito, ha scritto: “E perché non poteva farlo copiare? Che gli costava?”. E lì capisci tutto. Capisci che non è il bambino a pensare di avere diritto alla copia: è la società adulta che glielo insegna. È la pedagogia del “fai come ti pare”, del “sei speciale”, del “le regole valgono per gli altri”. È l’idea che chi rispetta le norme sia un fesso, un ingenuo, un personaggio secondario nella grande saga degli “smart”, quelli che “se non ti fai furbo, ti fregano”.

Il problema è che questa filosofia del “diritto di imbrogliare” non è più un’eccezione folkloristica: è diventata un modello culturale. La vittima non è più chi subisce l’ingiustizia, ma chi viene colto mentre la commette. E reagisce attaccando, urlando, minacciando, rivendicando un torto come se fosse un merito.

Viviamo in un mondo dove chi rispetta le regole è guardato con sospetto, come uno che ha qualcosa da nascondere. Dove chi fa il proprio dovere viene trattato come un intralcio. Dove la responsabilità è un optional e la colpa è sempre degli altri: del sistema, del destino, del karma, del meteo, del gatto.

Eppure, in mezzo a tutto questo, una domanda resta sospesa come un moscerino sul bicchiere di vino: ma davvero vogliamo vivere in un Paese dove la furbizia è più rispettata dell’onestà? Perché se continuiamo così, tra un po’ non ci sarà più bisogno di copiare agli esami: basterà dichiarare che il voto è un’opinione personale. E lo scontrino? Un atto di violenza psicologica. E la legge? Una fastidiosa interferenza nella libertà creativa del cittadino.

Forse sarebbe il caso di ricordare che la convivenza civile non è un optional, ma una tecnologia sociale avanzatissima, molto più sofisticata di qualsiasi smartphone nascosto sotto il banco. E che il vero diritto non è quello di imbrogliare, ma quello di vivere in un posto dove non devi difenderti da chi pretende di avere sempre ragione, anche quando ha torto marcio.

E magari, chissà, un giorno tornerà di moda anche chiedere scusa. Ma non corriamo troppo: per ora accontentiamoci di chi non ti aggredisce quando gli chiedi lo scontrino. E speriamo che anche i genitori comprendono che, una volta che hanno educato i loro figli in questo modo, anche essi stessi rischieranno grosso. Il tempo è galantuomo… e lo è anche il karma!
(R.D.R.)