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Diamo ora uno sguardo sintetico all’utilizzo dei suoli e, di seguito, ai sistemi di coltivazione così come presenti nell’Ager Campanus nel periodo che va dal III sec a.C. Torneremo successivamente su entrambi gli argomenti rilevando più in dettaglio gli ordinamenti produttivi colturali, zootecnici, di trasformazione dei prodotti e misti che si andarono via via affermando fino all’epoca imperiale.
Da quanto fin qui detto, si spiega come il suolo migliore fosse quello dell’Ager Campanus, la famosa Campania Felix, che si estendeva da Capua alla costa. Di particolare rilevanza in quest’ambito erano i campi Leborini per la terra pulla (da cui il toponimo Casapulla), cioè nera e sciolta. Varrone la descrive come levis, arabile con vacche ed asini, senza necessità di buoi. E Plinio rileva l’eccellente permeabilità del terreno e il regolare deflusso delle acque in eccesso che, provenendo dalle alture, era trattenuta ed assorbita lentamente dai campi in pianura. A lato dell’Ager Campanus, si trovava il già citato Ager Falernus (Agro Falerno), estesa dalle pendici del monte Massico fino al mare e corrispondente alla zona a nord di Capua con gli odierni comuni di Carinola, Falciano del Massico e Mondragone . Esso era apprezzato per la qualità dei suoi prodotti agricoli e in modo particolare per il suo vino, il Falerno, considerato fra i migliori del mondo romano.
Ad est dell’Ager Falernus erano situate le terre assai prospere di Allifae (Alife) e Venafro, che facevano parte del Sannio, ma dal lato economico si integravano nell’area laziale-campana. La fascia costiera comprendeva terreni di natura vulcanica, ricchi di elementi minerali, che davano alla terra una straordinaria fertilità, oltre che per i cereali, per gli ortaggi, le coltivazioni dei fiori, il vigneto, il frutteto, gli olivi. Fertilissima e celebrata, come sede della più ricca agricoltura d’Italia, la parte a terreno vulcanico, cioè l’Agro Vesuviano.
Questa era la Campania nella parte prospera. Vi era però un’altra faccia della medaglia. Nella fascia meridionale si formavano acquitrini e paludi, come intorno a Liternum ed ai piedi di Cuma. Lo straripamento dei fiumi, il Volturno ed il Clanio, provocava danni e talvolta catastrofi. Virgilio parla di Acerra vacua per le offese del Clanio, forse esagerando, dato che essa aveva una terra fertilissima anche se purtroppo poi decadde per cause politiche ed eventi bellici, piuttosto che per calamità naturali.
Relativamente alla forma di conduzione, diffusa era la piccola proprietà attorno al Vesuvio e nel distretto di Capua, mentre l’Ager Falernus e la penisola sorrentina, caratterizzate da grandi vigneti, appartenevano prevalentemente a grossi proprietari.
Per nutrire la popolazione della Campania, valutata intorno a 450.000 persone, occorreva una produzione di cereali, che assicurasse una razione di 500 gr. al giorno pro capite, corrispondente ad almeno 82.000 tonnellate l’anno. Invero, la produzione di cereali della Campania superava abbondantemente la quantità necessaria per il consumo locale ed una parte notevole di essa si poteva esportare verso altre regioni, come il Lazio, che avevano una minore capacità produttiva.

