L’Italia tra figli sotto vetro e le retoriche di guerra: il paradosso che nessuno vuole vedere

(DEL PROF. ANDREA CANONICO)


C’è un paradosso tutto contemporaneo che merita di essere guardato in faccia, senza sconti: viviamo in un Paese in cui i genitori combattono battaglie epiche per evitare che il proprio figlio prenda un 6 invece di un 7, ma allo stesso tempo qualcuno, da qualche pulpito più o meno improvvisato, evoca scenari di mobilitazione giovanile come se fossimo nel 1915.
Da una parte c’è l’iperprotezione scolastica, un fenomeno ormai strutturale: i figli sono diventati fragili cristalli di Boemia, da maneggiare con cura. Se un insegnante osa valutare, correggere, richiamare, scatta l’intervento d’emergenza: mail, PEC, avvocati, comitati, petizioni, macumbe. La scuola, che dovrebbe essere palestra di vita, viene trattata come un servizio clienti dove il motto è “il cliente ha sempre ragione”, anche quando il cliente ha copiato spudoratamente il compito.
Dall’altra parte, la retorica — per fortuna solo teorica — della “partenza in guerra”. Una retorica che non si capisce bene da dove arrivi né a chi giovi, ma che ogni tanto riaffiora come un vecchio disco rigato che nessuno ha il coraggio di buttare. E allora si parla di eserciti, di difesa, di giovani pronti a partire. Peccato che gli stessi giovani, nella vita reale, non possano attraversare la strada senza che un genitore li geolocalizzi in tempo reale. E peccato soprattutto che la Repubblica Italiana sia costituzionalmente orientata alla difesa del proprio territorio e non alla guerra in terra altrui, un principio che dovrebbe chiudere molte discussioni prima ancora che inizino.

Come si conciliano questi due mondi? La risposta è semplice: non si conciliano affatto. Perché un Paese che non riesce a lasciare ai ragazzi nemmeno la responsabilità di sbagliare un compito in classe difficilmente può immaginare di chiedere loro qualcosa di infinitamente più grande, più serio, più tragico: il sacrificio. E infatti l’orientamento istituzionale va verso un esercito professionale, specializzato, volontario. Una scelta che riconosce implicitamente ciò che tutti sanno ma pochi dicono: la guerra non è un argomento da talk show, né un esercizio retorico. È una cosa da adulti, e da adulti preparati.

Nel frattempo, però, nel dibattito pubblico convivono due narrazioni incompatibili: quella del figlio da proteggere da ogni frustrazione e quella del giovane che dovrebbe incarnare un eroismo che non gli abbiamo mai insegnato. È come pretendere che un bonsai diventi improvvisamente una quercia. E qui entra in gioco un altro elemento che le nuove generazioni stanno iniziando a ripetere con una chiarezza che sorprende chi non le ascolta: se mai ci fosse una guerra, a guidare il popolo sul campo dovrebbero essere gli stessi politici e gli stessi privilegiati che la invocano. Non per vendetta, ma per coerenza. Perché attendersi che gli italiani seguano come pecore i diktat di chi parla di sacrifici senza mai averne affrontato uno è un’illusione sempre più fragile.

Forse il punto non è discutere di guerre improbabili, ma di educazione possibile. Di come si cresce una generazione capace di affrontare la complessità senza essere né iperprotetta né gettata nel panico da chi soffia sul fuoco delle paure collettive. Perché un Paese maturo non prepara i suoi giovani alla guerra: li prepara alla responsabilità. E la responsabilità non nasce dal terrore, ma dalla fiducia. Ecco perché la vera domanda non è “i nostri giovani andranno in guerra”. La vera domanda è: “stiamo facendo qualcosa per farli diventare adulti?”

(Prof. Andrea Canonico)