Negli ultimi giorni si è assistito a una serie di boutade, che qualcuno arriva a definire “stupefacenti”, riguardanti soprattutto studenti delle scuole superiori: dal rifiuto di sostenere l’esame orale a iniziative plateali in aula a lettere aperte dal contenuto da alcuni ritenuto ingiusto e persino offensivo.
Dietro queste manifestazioni, spesso spacciate come proteste contro un sistema educativo da riformare, è lecito sospettare ragioni diverse da quelle ufficialmente dichiarate. Più che un moto di denuncia politica, l’impressione – parlando in generale e senza riferirsi a un caso specifico – è di trovarsi, generalmente, davanti a un cortocircuito nato da impreparazione o voglia di protagonismo, condito da un eccesso di tutela dei propri (presunti o malintesi) diritti e dalla totale assenza di consapevolezza dei doveri e della totale latitanza di tale concetto dal surreale confronto in corso.
La scelta di boicottare l’orale dell’esame, l’atto meno “burocratizzato” e più “libero” del percorso scolastico, non sembra dettata da una reale volontà di cambiare le cose. E avvalora l’ipotesi che non si tratti d’altro che di un modo per coprire lacune formative procrastinate fino all’ultimo minuto. Oppure, in alternativa o contemporaneamente, una ricerca di visibilità sui social, che premia l’atto di una supposta ribellione più che il merito.
Oppure si tratta di una necessità di sfuggire all’ansia da performance, usando la protesta come alibi. In molti casi, infatti, studenti poco motivati o non adeguatamente seguiti dalle famiglie preferiscono – come talora hanno fatto anche durante l’intero percorso – trascinare la scuola in una polemica pubblica anziché assumersi la responsabilità dei loro atti.
Negli ultimi anni si è assistito a un vero e proprio cortocircuito linguistico: ogni richiesta (da parte della scuola) diventa una forma di oppressione, ogni nota sul registro un abuso di potere.
Questo atteggiamento – in genere sostenuto dai genitori – ha generato aspettative di protezione a prescindere dai comportamenti concreti. Ha generato richieste di garanzie sproporzionate rispetto alla natura formativa dell’istituzione scolastica.
Ha generato reclami giudiziari o mediatici nati dalla convinzione di essere sempre e comunque vittime. Di contro, stenta a emergere il riconoscimento dei limiti e delle responsabilità che accompagnano l’esercizio di un diritto. Lo studente sembra ritenere di poter esigere rispetto e vantaggi (talora pretendo il riconoscimento ingiustificato a percorsi PDP) senza prendere in considerazione il contesto e le necessità dell’intera comunità scolastica, né l’aspetto educativo del rispetto delle regole e dell’alterità che stanno alla base della convivenza civile.
Quando la protesta studentesca degenera in accuse di incompetenza o di favoritismi, i Docenti si trovano esposti a un’ingiusta gogna mediatica. In diversi casi, i ricorsi e i commenti diffamatori giungono a ledere la reputazione di insegnanti che fanno il loro lavoro con serietà.
In un clima del genere, l’autorevolezza del ruolo Docente viene irrisa anziché valorizzata. Si indebolisce il rapporto di fiducia indispensabile tra chi insegna e chi apprende. Cresce il rischio di inasprire le relazioni, con un impatto negativo sul successo formativo.
E qui vale la pena sottolineare che ogni diritto rivendicato esiste solo se riconosciuto entro un quadro di rispetto reciproco.
Nel dibattito pubblico – come si diceva prima – sembrano spariti termini come impegno, responsabilità, sacrificio e dovere. Lo studente moderno chiede tutele, agevolazioni, sospensioni di norme, ma raramente si interroga su cosa significhi contribuire attivamente al proprio percorso e al bene di tutta la società.
Il dovere dovrebbe essere il presupposto di ogni diritto educativo.
L’esame orale è spesso indicato dagli studenti come il momento più opaco, burocratizzato e ingiusto. Paradossalmente, è invece la prova che più concede libertà di espressione, mette in luce competenze trasversali e valorizza la personalità di ciascuno.
Rifiutarlo significa rinunciare a un’occasione di dialogo diretto con l’interlocutore. Significa trasformare una verifica formativa in un caso di cronaca. Significa negare a sé stessi la possibilità di dimostrare preparazione e crescere. Tale comportamento stride fortemente con le istanze di autonomia e di voce libera, che gli stessi studenti sostengono di volere.
Invece di concentrare energie su uno scontro interno all’istituzione scolastica, sarebbe più proficuo impegnarsi su questioni che toccano la vita di tutti, come richiedere trasparenza e rappresentatività nelle istituzioni politiche, equità e costi delle transazioni nel sistema bancario, dibattito su tematiche di genere e inclusione, nei quali c’è reale spazio per un contributo giovanile che non sia strumentale, esibizionistico e privo di ogni valore pratico .
Spesso si sente dire che “oggi i ragazzi si credono alla pari persino con un Ministro”. Forse è colpa di un’educazione che insegna a esigere diritti senza spiegare il valore del confronto.
Senza degenerare in anacronistiche e pseudoscientifiche considerazioni di stampo lombrosiano, la vera e preziosa “nobile arte di misurarsi la palla” non è solo uno slogan goliardico, ma una metafora potente: crescere significa imparare a giocare secondo le regole, essere preparati, lavorare per migliorarsi. Solo dopo ci si potrà provare a misurare con interlocutori di levatura superiore, che hanno dimostrato con il loro curriculum e con il loro vissuto di avere una visione più ampia delle questioni. Solo così le supposte proteste non saranno boutade, bluff, ma autentiche istanze di cambiamento.
(Prof. Andrea Canonico)


