Schiavi del tempo.

di Emanuela Di Napoli


A nostra insaputa, in seguito alla seconda rivoluzione industriale, ci troviamo, senza volerlo, all’interno di una vera e propria guerra, che tuttavia non si combatte con le armi, ma con il lavoro! Combattiamo lavorando contro il tempo, contro quelle lancette che non si fermano mai, che non smettono mai di ticchettare. 

Qualcuno mi potrà dire: “Non è vero che il mondo oggi va di fretta!”, purtroppo, caro mio, dovrò risponderti “Me lo dimostri quando hai tempo, se ce l’hai”. Il tempo è diventato la nostra droga, non ci basta mai, ne abbiamo sempre più bisogno. Siamo vittime della cronofagia: la società contemporanea è così assopita dagli impegni da non avere tempo per rallentare. 

Ormai la nostra vita è finalizzata ad un unico scopo: produrre, produrre ed essere i migliori. Siamo perennemente in competizione con gli altri, dobbiamo raggiungere i nostri obiettivi prima di loro, quindi nel minor tempo possibile. Il termine CRONOFAGIA significa infatti “Essere mangiati dal tempo”, ed è quello che, al giorno d’oggi, capita a tutti, da i più grandi ai più piccoli. Ebbene sì, è proprio una rogna della società! Tutti malati del tempo, che generano figli altrettanto malati, anche loro affaccendati come i genitori tra i vari impegni: scuola, compiti, lezioni private, sport. Figli che, inoltre, crescono con la televisione e con lo smartphone, ma anche questi vanno di fretta! Ad esempio Tiktok, una delle app contemporanee di maggior successo, presenta video di 15 secondi e la maggior parte delle persone, dopo i primi 10 secondi (nemmeno), scorre e va a quello successivo. Anche il cibo, in questo mondo non ha tempo: il fast food, gettonatissimo! E indovinate, dove questo cibo viene consumato di più? Nei Paesi più produttivi, quelli più veloci, nei quali si riscontrato un alto tasso di popolazione sovrappeso.

Anche quando il tempo lo abbiamo, andiamo di fretta. Il concetto di velocità è radicato saldamente nelle nostre menti che, ormai, non riescono a farne a meno. Quante volte sentiamo: “Che noia, non ho nulla da fare!”. Ecco, questa è la pura dimostrazione di quello che sto cercando di dirvi. Il termine noia (con l’accezione di motivo di malessere interiore dovuto alla monotonia e all’impazienza) è stato coniato recentemente, è proprio frutto della nostra società, che ha il continuo bisogno di fare qualcosa per tenersi impegnata. Quante volte ci sentiamo pervadere da una sensazione di vuoto, quasi di inutilità, quando ci sdraiamo sul divano a riposare? A cosa pensiamo quando siamo sdraiati nel letto la sera prima di andare a dormire? A ciò che dovremo fare il giorno dopo e a incastrare nel miglior modo tutti gli impegni: non abbiamo ancora concluso la giornata di oggi che già siamo proiettati nel domani. Succubi della fretta, non ci siamo resi conto, evidentemente, che il fare riempie il tempo ma svuota i contatti personali, svuota le nostre relazioni, svuota la nostra vita.

Siamo sicuri che questo è il modo in cui vogliamo vivere? Perennemente di fretta, affogati nelle faccende e vuoti di tutto il resto? Tutti corrono e nessuno rallenta, come una città nell’ora di punta. Forse dovremmo imparare a camminare, a mantenere il nostro passo, perché si dice che chi va sano va lontano, chi va forte va alla morte. Certo, la rapidità è una grande virtù, ma porta ad un brutto vizio, che è la fretta e la fretta ci porta a correre, combattere contro il tempo e se non stiamo attenti anche l’invecchiamento comincerà ad accelerare e in tenera età ci troveremo già le rughe sulla fronte. Vale la pena fermarsi a riflettere, ad oziare, ad amare, perché siamo UMANI, non dei robot! Rallentiamo per pensare, per conoscere gli altri, noi stessi e il nostro mondo e capire quale è il nostro ruolo nella società. Lo psicologo e psicanalista Erich Fromm ci regalò, durante la sua vita, un forte spunto di riflessione, sul quale dovremmo meditare: “Quale è lo scopo della vita? Diventare più umani o più produttivi?”.

 

(Emanuela Di Napoli)