Il Tar blocca la realizzazione del supercomputer quantistico della IBM alla UNISA, e mette in pausa il sogno della “Quantum Valley” campana

Il sogno della “Quantum Valley” campana si ferma sul più bello: il Tar annulla la gara vinta da IBM per il supercomputer quantistico destinato all’Università di Salerno, bloccando un progetto strategico che avrebbe valorizzato uno degli atenei più qualificati d’Italia e aperto la strada a un polo tecnologico di livello europeo. La decisione del Tar della Campania di annullare l’aggiudicazione per la realizzazione del computer quantistico destinato al campus di Salerno ha congelato uno dei progetti più ambiziosi mai immaginati nel Mezzogiorno. Non si tratta soltanto di un appalto da oltre sessanta milioni di euro, ma di un tassello strategico che avrebbe potuto inaugurare una vera “Quantum Valley” italiana, un ecosistema capace di attrarre competenze, investimenti e ricerca avanzata in un settore che sta ridisegnando gli equilibri globali dell’innovazione.

Il punto critico non riguarderebbe la tecnologia né la qualità delle offerte, ma un vizio procedurale: la proroga dei termini per la presentazione delle proposte, decisa poche ore prima della scadenza e ritenuta dai giudici non adeguatamente motivata. Una scelta amministrativa che ha aperto la strada al ricorso e che oggi rischia di rallentare un percorso che avrebbe potuto posizionare la Campania – e con essa l’Italia – tra i protagonisti europei del calcolo quantistico, ritenuto dai maggiori analisti di importanza strategica nazionale.

Il nodo è chiaro: mentre altri Paesi investono in infrastrutture proprietarie, cloud nazionali, data center ad alta sicurezza e piattaforme per l’intelligenza artificiale, l’Italia continua a muoversi con lentezza. Eppure, la capacità di disporre di tecnologie strategiche autonome non è più un’opzione, ma una necessità. Il calcolo quantistico, con la sua potenza nel risolvere problemi complessi in tempi irraggiungibili per i sistemi tradizionali, rappresenta una leva competitiva che incide su settori cruciali: dalla sicurezza informatica alla farmaceutica, dalla logistica all’energia.

Il progetto salernitano avrebbe potuto generare un indotto culturale e tecnologico di grande portata. Una “Quantum Valley” non è solo un laboratorio con un processore da decine di qubit: è un luogo dove si formano nuove professionalità, dove università e imprese collaborano, dove si sperimentano algoritmi, materiali, modelli predittivi. È un magnete per startup, ricercatori e investitori. La vera occasione non era il computer in sé, ma l’ecosistema che avrebbe potuto nascere intorno ad esso.

L’annullamento della gara non significa necessariamente che tutto sia perduto. La Regione può riattivare la procedura dal punto precedente, ripeterla integralmente o ricorrere al Consiglio di Stato. La partita, dunque, non è chiusa. Ma il tempo, in questo settore, pesa più che altrove. Ogni mese di ritardo aumenta la distanza da chi sta già costruendo poli quantistici avanzati, come Francia, Germania e Paesi Bassi.

La domanda cruciale è se l’Italia saprà trasformare questo stop in un’occasione di ripensamento. Perché la vera sfida non è solo aggiudicare un appalto, ma costruire una visione. Significa dotarsi di server proprietari, infrastrutture cloud nazionali, centri di ricerca sull’IA, competenze diffuse e politiche industriali coerenti. Significa comprendere che la sovranità tecnologica non si improvvisa: si pianifica, si finanzia, si difende.

La “Quantum Valley” campana avrebbe potuto essere un primo passo in questa direzione. Non è detto che non lo diventi ancora. Ma perché ciò accada, serve una governance più solida, capace di evitare errori procedurali e di proteggere gli investimenti strategici da rallentamenti evitabili. Serve soprattutto la consapevolezza che il futuro non aspetta: il calcolo quantistico è già oggi una frontiera industriale, non un esercizio accademico.

Se la gara verrà riproposta, il progetto potrà ripartire. Se invece si sceglierà di ricominciare da zero, sarà indispensabile farlo con una visione più ampia, che non si limiti all’acquisto di una macchina, ma che punti a costruire un ecosistema. Perché la vera “Quantum Valley” non è un luogo: è una strategia. E l’Italia ha ancora la possibilità – forse l’ultima – di non restare spettatrice.