L’Europa è arrivata al punto in cui non può più permettersi illusioni. L’America di Trump non è un incidente della storia, ma il segnale definitivo che il vecchio ordine atlantico è finito. Quando un presidente degli Stati Uniti definisce l’Europa un “peso”, un “parassita”, un continente che vive alle spalle della protezione americana, non sta parlando solo ai suoi elettori: sta ridefinendo la gerarchia globale. E in quella gerarchia, l’Europa non è più al centro. È un’area secondaria, utile quando serve, sacrificabile quando conviene. Gli Stati Uniti non hanno più a cuore il destino dell’Europa. È tempo di prenderne atto.
Chi continua a invocare “meno Europa” non ha capito il mondo in cui viviamo. La sovranità nazionale, da sola, non esiste più. Esiste solo la sovranità dei grandi blocchi. Stati Uniti, Cina, India, Russia: tutti ragionano su scala continentale. Solo l’Europa si ostina a credere che la somma di ventisette fragilità possa produrre una forza. Non è così. O l’Europa diventa un soggetto politico, oppure resterà un oggetto nelle mani degli altri.
Trump non ha fatto che accelerare un processo già in corso. Gli Stati Uniti hanno ostacolato più volte i tentativi europei di costruire un proprio spazio strategico autonomo. Ogni volta che l’Europa ha provato a dialogare con Mosca in modo indipendente (La casa comune europea di Gorbaciov), Washington ha frenato. Ogni volta che alcuni Paesi europei hanno cercato di aprire canali economici con la Cina (La via della seta), gli Stati Uniti hanno alzato il sopracciglio. L’Europa deve restare nel recinto atlantico: questo è il messaggio. Ma quel recinto oggi è più stretto, più instabile, più condizionato dagli umori di una Casa Bianca che guarda altrove.
E infatti gli Stati Uniti guardano altrove. Il disgelo dell’Artico apre rotte che cambieranno il commercio mondiale. La Groenlandia, che qualcuno a Washington ha persino pensato di “comprare”, è un tassello di una strategia che punta a dominare il Nord globale. Il Pacifico è diventato il vero teatro della competizione planetaria. L’Europa, in questo scenario, è un’appendice geografica, non un attore. Il baricentro del mondo si è spostato, e l’Europa non se n’è accorta.
Nel frattempo, Russia e Cina avanzano in Africa con una determinazione che l’Europa non riesce nemmeno a imitare. Investono, costruiscono, stringono alleanze, controllano risorse. Gli Stati Uniti, dal canto loro, cercano di blindare il Centro America per evitare che la penetrazione cinese arrivi nel loro cortile di casa. Tutti si muovono. Tutti competono. Tutti costruiscono sfere di influenza. Solo l’Europa resta immobile, paralizzata dalle sue divisioni interne.
La Francia gioca a fare la potenza mediterranea. La Germania continua a credere che la stabilità fiscale sia una strategia geopolitica. Il Regno Unito, dopo la Brexit, ha scelto il ruolo di spettatore rumoroso, più incline al bellicismo retorico che alla cooperazione. E l’Italia, come spesso accade, oscilla tra richiami all’Europa e tentazioni sovraniste, senza mai costruire una visione.
Eppure, l’Europa ha tutto per essere una potenza. La sua cultura è un patrimonio che il mondo intero ci invidia, la sua economia è tra le più grandi del pianeta, la sua capacità normativa è unica. Ma non basta avere gli strumenti: bisogna usarli. E l’Europa non li usa. Non li coordina. Non li integra. Non li difende.
Il risultato è un continente che rischia di diventare un museo a cielo aperto: bellissimo, visitatissimo, ma irrilevante. Un luogo dove si vive bene, finché gli altri lo permettono. Un luogo che produce regole, ma non potere. Un luogo che parla di valori, ma non li difende. Un luogo che rischia di essere ricordato più per ciò che è stato che per ciò che sarà.
La verità è semplice e brutale: senza più Europa, non ci sarà più Europa. Non ci sarà sicurezza, perché la NATO non è più un’assicurazione automatica.
Non ci sarà prosperità, perché le catene del valore globali si stanno riorganizzando. Non ci sarà autonomia tecnologica, perché l’intelligenza artificiale e la robotica non aspettano i tempi lenti di Bruxelles. Non ci sarà voce politica, perché il mondo ascolta solo chi ha forza, non chi ha nostalgia.
L’Europa deve decidere se vuole essere un continente che subisce o un continente che guida. Se vuole essere un mercato o una potenza. Se vuole essere periferia o centro. Se vuole essere protetta o autonoma. La scelta è ora. E non scegliere significa scegliere l’irrilevanza.

