È fondamentale ribadire che la neuropsichiatria infantile svolge un ruolo prezioso e insostituibile quando ci sono reali condizioni cliniche. Ma è altrettanto importante riconoscere che non tutto ciò che appare problematico è patologico, e che la scuola non può diventare un luogo in cui ogni comportamento viene filtrato attraverso una lente sanitaria. Quando questo accade, si perde di vista la natura stessa dell’educazione, che richiede osservazione, interpretazione, relazione, progettazione.
C’è però un altro punto che merita di essere evidenziato con forza: non si possono attribuire alla scuola tutte le distorsioni e tutte le difficoltà degli studenti. L’apprendimento non è un processo che avviene solo tra i banchi, né può essere ridotto alla dimensione “formale” dell’istruzione. Esistono almeno altre due forme di apprendimento che incidono profondamente sulla crescita dei ragazzi: quello informale e quello non formale.
Per apprendimento informale si intende tutto ciò che si impara nella vita quotidiana, senza che nessuno lo insegni esplicitamente: le abitudini familiari, i modelli comportamentali osservati in casa, l’uso dei dispositivi digitali, le dinamiche tra pari, il linguaggio dei social, la gestione delle emozioni. Un ragazzo che vive in un contesto familiare disordinato, iper-permissivo o iper-protettivo, o che trascorre ore senza supervisione davanti a contenuti inappropriati, sviluppa modalità di comportamento che inevitabilmente porta anche a scuola. Non è la scuola a generarle, e non può essere la scuola da sola a correggerle.
L’apprendimento non formale, invece, riguarda tutte quelle esperienze strutturate ma esterne alla scuola: sport, associazionismo, oratori, corsi, gruppi giovanili. Anche qui si apprendono regole, valori, modalità relazionali. Un ragazzo che non ha mai sperimentato la frustrazione di una sconfitta sportiva, o che non ha mai dovuto rispettare un impegno continuativo, difficilmente svilupperà la resilienza necessaria per affrontare le difficoltà scolastiche.
Per questo motivo, attribuire alla scuola ogni responsabilità è non solo ingiusto, ma anche inefficace. La scuola è un pezzo del puzzle, non l’intero quadro. E chi deve interrogarsi davvero è la società nel suo insieme: il mondo adulto, le comunità educative, i contesti culturali in cui i ragazzi crescono.
Soprattutto, devono interrogarsi i genitori. Negli ultimi anni si è diffusa una tendenza preoccupante: quella di difendere i figli a prescindere, di giustificare ogni comportamento, di attribuire sempre e comunque la colpa ai docenti. Ma un genitore che non osserva, non vigila, non pone limiti, non accetta che il proprio figlio possa avere difficoltà, non aiuta il ragazzo: lo espone. E un genitore che rifiuta categoricamente l’idea che il proprio figlio possa beneficiare di un reindirizzamento, di un percorso più adatto alle sue reali capacità, non sta proteggendo il figlio: sta proteggendo il proprio ego.
È necessario il coraggio di riconoscere che non tutti i ragazzi sono geni, che non tutti possono eccellere in tutto, e che non c’è nulla di sbagliato nel seguire un percorso diverso, più pratico, più tecnico, più coerente con le inclinazioni personali. La scuola non deve essere un luogo in cui si finge che tutti siano uguali, ma un ambiente in cui ciascuno può trovare la propria strada.
In questo quadro, la medicalizzazione eccessiva diventa una scorciatoia: una spiegazione rapida, rassicurante, che deresponsabilizza tutti. Se c’è una diagnosi, allora non c’è più bisogno di interrogarsi sul contesto familiare, sulle abitudini quotidiane, sulle scelte educative. Ma questa scorciatoia è pericolosa, perché trasforma la complessità in etichetta, e perché sottrae alla scuola la sua funzione educativa, riducendola a un luogo di segnalazione e certificazione.
Occorre invece recuperare la centralità della pedagogia, della relazione, dell’osservazione attenta, della progettazione didattica. Occorre che la scuola torni a essere una comunità educante, ma per esserlo davvero deve essere sostenuta, non lasciata sola. E occorre che i genitori tornino a essere adulti, non avvocati difensori dei propri figli.
Solo così si può evitare che la scuola diventi un ambulatorio e che i ragazzi vengano trattati come casi clinici invece che come persone in crescita. Solo così si può restituire dignità all’educazione e responsabilità alla società.

