
L’ennesimo episodio nel Siracusano — una docente convocante, un genitore convocato, e poi la solita sceneggiata muscolare davanti alla scolaresca — non è più una notizia: è una rubrica fissa. Ormai sembra che alcuni adulti abbiano scambiato il colloquio con gli insegnanti per un duello all’alba. E tutto perché qualcuno osa fare, onestamente e con dedizione, ciò che è previsto dal loro ruolo e per cui viene pagato: educare, valutare, richiamare quando serve.
Il Ministero dell’Istruzione e del Merito, non a caso, sta correndo ai ripari ricordando un dettaglio che molti preferiscono ignorare: i docenti sono pubblici ufficiali. Non “signorine delle ripetizioni”, non “baby‑sitter con la penna rossa”, ma pubblici ufficiali. Aggredirli non è solo un gesto ingiusto e incivile: è un reato aggravato. Eppure, per una certa fauna di “paladini”, questo sembra un particolare trascurabile. L’importante è sentirsi, per cinque minuti, giustizieri del bene contro il male, con il mantello immaginario che svolazza mentre si difende il “piccolo eroe” di casa da un’ingiustizia inesistente.
La verità, però, è molto meno epica. Questi slanci da presunti e ridicoli Supereroi non nascono dal coraggio, ma da una frustrazione che trabocca da ogni poro. Frustrazione personale, familiare, sociale. Frustrazione che non trova sbocchi razionali perché il mondo reale — quello fatto di precarietà, pressioni economiche, instabilità emotiva, problemi coniugali, sessuali o mentali — è troppo grande per essere affrontato. E allora si cerca un bersaglio più comodo, più vicino, più innocuo. Un insegnante, per esempio, oppure l’incolpevole partner. Costoro sono sempre lì, non scappano, non rispondono (generalmente, ma non si sa mai) con la stessa violenza. Gli insegnanti, in particolare, rappresenta un’autorità che alcuni non tollerano perché ricorda loro ciò che non sono mai riusciti a diventare, e che mette a nudo la loro meschinità e i lorio fallimenti umani e morali. È lo stesso meccanismo che porta agli scontri tra genitori durante le partite di calcio di figli che non saranno mai campioni, alle aggressioni agli arbitri, alle risse nei campetti. Una sorta di sfogo tribale che non ha nulla a che vedere con la tutela dei ragazzini e molto con l’incapacità degli adulti di gestire se stessi. Invece di affrontare le vere cause del proprio disagio, si colpisce chi è più vicino. È un classico: quando non si riesce a reagire a ciò che davvero opprime, si colpisce chi non può difendersi. Una vigliaccheria travestita da eroismo.

E il paradosso è che questi “difensori” dei figli, in realtà, non li aiutano ma li danneggiano. Perché insegnano loro che la violenza è un argomento, che il rispetto è opzionale, che il dovere e la responsabilità sono fastidi da evitare. Insegnano che se qualcosa non va, la colpa è sempre di qualcun altro. E che la soluzione è alzare la voce, o peggio le mani, contro chi rappresenta un limite, una regola, un richiamo alla realtà. Ed esiste anche una variante – solo apparentemente più soft – con cui alcuni genitori arrivano perfino ai Consigli di Classe accompagnati da qualche avvocato — pratica peraltro non consentita — quando forse sarebbe più utile presentarsi con il proprio psichiatra personale, invece di provare a trasformare la scuola in un’aula di tribunale o in un ring improvvisato, con lo scopo non dichiarato di rifiutarsi di accettare i reali limiti dei propri pargoletti e i propri personali fallimenti.
La scuola non è il nemico. Il nemico è l’incapacità di molti genitori di essere adulti. Molti di essi sono solo “bambini invecchiati”. E quando si arriva al punto di “sparare sulla Croce Rossa”, metaforicamente, non ci si può stupire se prima o poi — sempre metaforicamente — qualche colpo possa rimbalzare. Non perché qualcuno lo infligga, ma perché la realtà, quella vera, presenta sempre il conto. E non fa sconti a nessuno. Ma questi ignoranti energumeni preferiscono non comprendere quanto stanno male e non affrontare le pressanti problematiche sociali: trovano più comodo sfogarsi prendendosi a mazzate tra tifoserie di calcio o prendendosela con chi, a contrario di loro, fa onestamente il proprio dovere.
Ogni genitore, prima di attaccare seri professionisti e cercare di insegnargli il loro lavoro, dovrebbe avere l’onestà intellettuale di chiedersi se, egli stesso, il proprio dovere di genitore l’abbia svolto nel modo migliore, o se debba essere addirittura messa in discussione la propria capacità genitoriale: educare alla asocialità e rovinare i propri figli non dovrebbe essere consentito a nessun genitore, con o senza mantello e con la “F” sul costume.
(Prof. Andrea Canonico)

